13/06/2026
Il boschetto e lo schermo - Henri Olama
Un sabato di fine anno scolastico, raccontato com'è andato.
Erano bambini di scuola dell'infanzia, e si preparavano con una cura che commuove: quella serietà tutta loro di chi sta per stupire i genitori. Mi sono avvicinato mentre finivano di sistemarsi, ho tirato fuori la chitarra e ho chiesto se volevano imparare una mia canzoncina prima di andare alla festa dei diplomi, che si teneva in un boschetto lì vicino. Erano tutti d'accordo. Le prove sono durate cinque minuti. Cinque.
Poi sono andato avanti, ad aspettarli nel boschetto, dove i genitori erano seduti su tappeti stesi tra gli alberi e ogni cosa aveva quell'aria di lavoro fatto bene, senza fretta. Sono arrivati i bambini, hanno ricevuto i loro diplomi, e alla fine ho chiesto se se la sentivano di cantare con me, per regalare ai genitori un'emozione. Hanno cantato. Cantavano i bambini, cantavano i maestri, cantavo io. Per un attimo non c'era distanza tra il davanti e il dietro, tra chi insegna e chi impara: c'era solo una canzone tenuta insieme da troppe voci per contarle.
Ci siamo spostati nella scuola accanto all'oratorio, dove erano partiti i festeggiamenti, e c'erano gli alpini a dare una mano con il mangiare. A un certo punto hanno chiamato tutti a cantare l'inno d'Italia — saltando l'ormai stancante "sì" finale. L'abbiamo cantato con rispetto, con una specie di pudore allegro, e lo sentivo forte anche io.
È stato lì che mi sono accorto di una cosa. In mezzo a tutta quella gente, l'unico con una pelle diversa ero io. E non mi pesava. Nessuno mi guardava come si guarda qualcuno capitato lì per sbaglio. Finita la festa, sono stati gli stessi genitori ad aiutarmi a caricare le attrezzature in macchina. Poi sono salito, e prima ancora di mettere in moto ho guardato il telefono.
C'era una notifica.
Un fatto del Veneto. Quattro operai non riuscivano a trovare una casa in affitto, e una signora li aveva ospitati a casa propria — sessantacinque metri quadri, non uno di più. Ho aperto il post così, con la canzone dei bambini ancora nelle orecchie, e ho cominciato a leggere i commenti. Il mondo si era capovolto in un dito che scorre lo schermo. Insulti pesanti alla signora, l'invito a portarsi "i suoi amichetti" in Africa, e qualcuno che alludeva a cose che non si possono nemmeno scrivere. Tutto questo a una donna che aveva fatto spazio nella sua casa per gente che lavora, che prende uno stipendio, che paga le tasse — persone integrate in tutti i sensi che contano davvero.
C'era anche il commento che si traveste da buonsenso. «Invece di accogliere questi quattro, perché non aiutate i nostri pensionati?» E io, da solo, in macchina, mi sono risposto da solo: ma questi quattro, lavorando, i pensionati li stanno già aiutando. Caso chiuso, avrei voluto dire. Solo che lì il caso non si chiude mai.
E qui voglio essere onesto, perché la tentazione sarebbe fare l'elenco delle colpe di un Paese, e non è questo che penso. Il razzismo non parla soltanto italiano. L'ho sentito durante la Coppa d'Africa, in Marocco, parole rivolte a persone nere, africane come me, di una violenza che in Italia non ho mai conosciuto. Lo dico non per pareggiare i conti, ma perché la cattiveria non ha passaporto, e ridurla a una bandiera è il modo più rapido per smettere di capirla.
Quello che mi sono detto, mentre rimettevo il telefono in tasca, è una cosa che ripeto spesso ai ragazzi e alle ragazze nelle scuole. È così facile dare importanza alle poche persone che non hanno ancora imparato a stare insieme, che si finisce per dare tutto il peso a ciò che non va, dimenticando ciò che funziona. E ciò che funzionava, quel sabato, era stata l'intera mattinata: la canzone, i tappeti tra gli alberi, gli alpini, le mani dei genitori sul bagagliaio della mia macchina. Una cosa vera. L'altra, lo schermo, era altrettanto reale — ma non più importante.
Io dico sempre la stessa frase, e la dico perché è vera: non ho mai sentito la Costituzione italiana contro di me. Mi riconosce gli stessi diritti di chiunque altro, e non protegge soltanto me, protegge tutti quelli che vivono in questo Paese, stranieri o italiani che siano. È da lì che mi viene la forza di non arrabbiarmi con chi insulta. Non è buonismo. È sapere su cosa poggio i piedi.
Uno straniero, un migrante, non è un peso caduto dal cielo. È qualcuno che ha scelto l'Italia come un progetto di vita, e ci vive da persona civile, rispettando le leggi e i valori, e contribuendo. L'ho scelto io, anni fa. Lo scelgo ancora ogni mattina.
Ai miei figli non ho mai chiesto di amare il Camerun. Ho chiesto loro di amare l'Italia, il Paese dove sono nati, e il Camerun l'hanno amato lo stesso, da soli, attraverso me. Perché l'amore non si forza. Nasce, cresce, e se è vero regge qualsiasi cosa.
Quella canzone, nel boschetto, i bambini l'avevano imparata in cinque minuti. La cattiveria sotto quel post se la portano dietro da una vita, e ancora non la sanno cantare.