Henri Olama

Henri Olama Educatore interculturale · Formatore · Artista visivo tra Camerun e Italia. Laboratori per scuole, formazione docenti, musica e simboli Adinkra.

Presidente · Bergamo 🌐 olama.net | erranza.com Pedagogista Interculturale - Musicista Afro-Contemporaneo - Artista Visivo
Milano, Italia | 🌐 olama.net

Camerunese-italiano, opero da oltre trent'anni come ponte tra culture attraverso educazione, musica e arte. Il mio approccio integra 5 tradizioni filosofiche:

Ubuntu: "Io sono perché noi siamo"

Simboli Adinkra (Ghana) — autore

di "Le mappe degli Adinkra" (MC Editrice, 2006)

Tradizione Beti (Camerun): oralità, ritmo, spiritualità

Pedagogia occidentale: Demetrio, Freire, Gardner, Malaguzzi

Archetipi junghiani: riciclo creativo come lavoro sull'Ombra

Cosa faccio:
✦ Laboratori educativi interculturali (nido → università)
✦ Formazione docenti — finanziabile con Carta del Docente
✦ Performance musicali: NNAM Project + Trio Minlan
✦ Arte visiva: maschere, sculture, body art con materiali di recupero

Collaborazioni: Università Milano-Bicocca, Fondazione Cariplo, Ministero della Giustizia
Presidente Erranza ASD (dal 2008)

"A person is a person through other persons" — Desmond Tutu

Un pezzo di cartone ha sempre una seconda storia da raccontareAll'inizio del laboratorio metto sul tavolo quello che i b...
14/06/2026

Un pezzo di cartone ha sempre una seconda storia da raccontare

All'inizio del laboratorio metto sul tavolo quello che i bambini chiamano "roba inutile".

Cartoni da imballaggio. Tappi di bottiglia. Vecchie riviste. Bottoni. Pezzi di tessuto. Fili. Li guardo mentre li guardano.

C'è sempre qualcuno che chiede: "Dobbiamo fare qualcosa con questa roba?" Rispondo: "Dipende da cosa ci vede la tua mano."

Il riciclo creativo non è un'attività manuale. È una pratica filosofica — e lo dico senza esagerare.

Carl Gustav Jung chiamava "Ombra" le parti di noi che rifiutiamo, nascondiamo, consideriamo inutili. Il percorso verso l'individuazione — diventare se stessi interi e autentici — passa attraverso il riconoscimento di quella parte. Non si tratta di eliminarla: si tratta di trasformarla in qualcosa di vero.

Il cartone è il nostro scarto. La maschera che ne nasce è il nostro potenziale.

Non è metafora decorativa: è ciò che accade davvero in quelle stanze. Un bambino che si considerava "non bravo nell'arte" costruisce una maschera che vale quanto quella del compagno che disegna da sempre. La maschera — decorata con un simbolo Adinkra scelto da lui, che porta un significato scelto da lui — non è un oggetto. È un'affermazione di identità.

Questi laboratori funzionano dalla scuola dell'infanzia alla secondaria di secondo grado. I materiali costano pochissimo e vengono raccolti insieme ai bambini nei giorni prima del laboratorio, coinvolgendo le famiglie. L'opera finale è sempre collettiva: una mostra, un'installazione, un corteo di maschere nel corridoio della scuola.

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♻️ I percorsi di riciclo creativo disponibili:
— "Maschere del Possibile" con simboli Adinkra (primaria e secondaria, 2–4 incontri)
— "Strumenti dal niente" — costruzione strumenti musicali con materiali di recupero (2–3 incontri)
— Body art con colori professionali Kryolan e simboli Adinkra (1–2 incontri, con consenso scritto)

Tagga un insegnante di primaria o secondaria — o scrivi "RICICLO" nei commenti per ricevere le info sul percorso. ♻️

Si chiama "Coppa del Mondo della Pace", e si consegna sorridendo, tra gli applausi.Fuori dal palco: il miglior arbitro d...
14/06/2026

Si chiama "Coppa del Mondo della Pace", e si consegna sorridendo, tra gli applausi.
Fuori dal palco: il miglior arbitro d'Africa rispedito indietro dall'aeroporto, i tifosi di Senegal, Costa d'Avorio, Iran e Haiti tenuti alla porta, cauzioni fino a 15.000 dollari per avere un visto, biglietti che costano quanto un anno di stipendio.
La FIFA si dichiara antirazzista. Poi lascia fare.
Questa è la pace di chi sta sul palco. Spiegateci di chi è il resto.

Il boschetto e lo schermo - Henri OlamaUn sabato di fine anno scolastico, raccontato com'è andato.Erano bambini di scuol...
13/06/2026

Il boschetto e lo schermo - Henri Olama

Un sabato di fine anno scolastico, raccontato com'è andato.

Erano bambini di scuola dell'infanzia, e si preparavano con una cura che commuove: quella serietà tutta loro di chi sta per stupire i genitori. Mi sono avvicinato mentre finivano di sistemarsi, ho tirato fuori la chitarra e ho chiesto se volevano imparare una mia canzoncina prima di andare alla festa dei diplomi, che si teneva in un boschetto lì vicino. Erano tutti d'accordo. Le prove sono durate cinque minuti. Cinque.

Poi sono andato avanti, ad aspettarli nel boschetto, dove i genitori erano seduti su tappeti stesi tra gli alberi e ogni cosa aveva quell'aria di lavoro fatto bene, senza fretta. Sono arrivati i bambini, hanno ricevuto i loro diplomi, e alla fine ho chiesto se se la sentivano di cantare con me, per regalare ai genitori un'emozione. Hanno cantato. Cantavano i bambini, cantavano i maestri, cantavo io. Per un attimo non c'era distanza tra il davanti e il dietro, tra chi insegna e chi impara: c'era solo una canzone tenuta insieme da troppe voci per contarle.

Ci siamo spostati nella scuola accanto all'oratorio, dove erano partiti i festeggiamenti, e c'erano gli alpini a dare una mano con il mangiare. A un certo punto hanno chiamato tutti a cantare l'inno d'Italia — saltando l'ormai stancante "sì" finale. L'abbiamo cantato con rispetto, con una specie di pudore allegro, e lo sentivo forte anche io.

È stato lì che mi sono accorto di una cosa. In mezzo a tutta quella gente, l'unico con una pelle diversa ero io. E non mi pesava. Nessuno mi guardava come si guarda qualcuno capitato lì per sbaglio. Finita la festa, sono stati gli stessi genitori ad aiutarmi a caricare le attrezzature in macchina. Poi sono salito, e prima ancora di mettere in moto ho guardato il telefono.

C'era una notifica.

Un fatto del Veneto. Quattro operai non riuscivano a trovare una casa in affitto, e una signora li aveva ospitati a casa propria — sessantacinque metri quadri, non uno di più. Ho aperto il post così, con la canzone dei bambini ancora nelle orecchie, e ho cominciato a leggere i commenti. Il mondo si era capovolto in un dito che scorre lo schermo. Insulti pesanti alla signora, l'invito a portarsi "i suoi amichetti" in Africa, e qualcuno che alludeva a cose che non si possono nemmeno scrivere. Tutto questo a una donna che aveva fatto spazio nella sua casa per gente che lavora, che prende uno stipendio, che paga le tasse — persone integrate in tutti i sensi che contano davvero.

C'era anche il commento che si traveste da buonsenso. «Invece di accogliere questi quattro, perché non aiutate i nostri pensionati?» E io, da solo, in macchina, mi sono risposto da solo: ma questi quattro, lavorando, i pensionati li stanno già aiutando. Caso chiuso, avrei voluto dire. Solo che lì il caso non si chiude mai.

E qui voglio essere onesto, perché la tentazione sarebbe fare l'elenco delle colpe di un Paese, e non è questo che penso. Il razzismo non parla soltanto italiano. L'ho sentito durante la Coppa d'Africa, in Marocco, parole rivolte a persone nere, africane come me, di una violenza che in Italia non ho mai conosciuto. Lo dico non per pareggiare i conti, ma perché la cattiveria non ha passaporto, e ridurla a una bandiera è il modo più rapido per smettere di capirla.

Quello che mi sono detto, mentre rimettevo il telefono in tasca, è una cosa che ripeto spesso ai ragazzi e alle ragazze nelle scuole. È così facile dare importanza alle poche persone che non hanno ancora imparato a stare insieme, che si finisce per dare tutto il peso a ciò che non va, dimenticando ciò che funziona. E ciò che funzionava, quel sabato, era stata l'intera mattinata: la canzone, i tappeti tra gli alberi, gli alpini, le mani dei genitori sul bagagliaio della mia macchina. Una cosa vera. L'altra, lo schermo, era altrettanto reale — ma non più importante.

Io dico sempre la stessa frase, e la dico perché è vera: non ho mai sentito la Costituzione italiana contro di me. Mi riconosce gli stessi diritti di chiunque altro, e non protegge soltanto me, protegge tutti quelli che vivono in questo Paese, stranieri o italiani che siano. È da lì che mi viene la forza di non arrabbiarmi con chi insulta. Non è buonismo. È sapere su cosa poggio i piedi.

Uno straniero, un migrante, non è un peso caduto dal cielo. È qualcuno che ha scelto l'Italia come un progetto di vita, e ci vive da persona civile, rispettando le leggi e i valori, e contribuendo. L'ho scelto io, anni fa. Lo scelgo ancora ogni mattina.

Ai miei figli non ho mai chiesto di amare il Camerun. Ho chiesto loro di amare l'Italia, il Paese dove sono nati, e il Camerun l'hanno amato lo stesso, da soli, attraverso me. Perché l'amore non si forza. Nasce, cresce, e se è vero regge qualsiasi cosa.

Quella canzone, nel boschetto, i bambini l'avevano imparata in cinque minuti. La cattiveria sotto quel post se la portano dietro da una vita, e ancora non la sanno cantare.

C'è una fotografia che ho in testa da quando ho ricevuto questo invito.Non una foto vera — una di quelle che si formano ...
10/06/2026

C'è una fotografia che ho in testa da quando ho ricevuto questo invito.
Non una foto vera — una di quelle che si formano da soli nella memoria. Sono a Milano, fine anni Novanta, seduto in un'aula dell'Università Statale. Davanti a me, Duccio Demetrio parla di autobiografia. Parla di come le parole scritte possano diventare specchio, strumento di conoscenza, atto di cura verso se stessi. Io ascolto e penso al villaggio di Ekoudbessanda, agli anziani attorno al fuoco, alla voce di mio padre che insegnava senza spiegare. Penso che di autobiografia, nel mio popolo, si viveva — anche senza saperlo chiamare così.
Trent'anni dopo, la Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari mi ha invitato ad aprire il Festival Nazionale dell'Autobiografia. L'invito è arrivato dalla professoressa Caterina Benelli e dalla professoressa Mariangela Giusti — con la quale ho lavorato fianco a fianco all'Università di Milano-Bicocca, dove insieme abbiamo costruito la prima Giornata Interculturale. E con la benedizione di Demetrio, che è stato il mio professore, il mio relatore di tesi, e una delle voci che più ha formato il mio modo di stare nel mondo.
Ricevere questo invito da loro non è un onore nel senso formale. È una continuità che si fa visibile. È Sankofa: tornare là dove hai lasciato qualcosa di importante, e raccoglierlo.
Il tema di quest'anno è Le età della vita. Il mio intervento si intitola: Ciò che l'albero custodisce — Memoria, racconto e età della vita. Partirò da Ekoudbessanda, dalla tradizione Beti in cui l'anziano non è fuori dal cerchio ma al centro, e arriverò fino a qui — all'Italia, alle scuole, ai cerchi che apro ogni settimana.
Con me ci sarà mia figlia Salomée, cantautrice. Suonerà quello che lei chiama con ironia affettuosa il suo "Brutto Show" — la società di oggi cantata senza filtri. Un dialogo tra parola scritta e parola cantata. Tra memoria e presente. Tra padri e figli.
📅 4–6 settembre 2026 · Anghiari (AR)
📝 Le iscrizioni aprono oggi — 10 giugno 2026 — su lua.it
Io ci sarò. Spero di incontrare qualcuno di voi lì.
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📋 Per chi vuole portare la pedagogia autobiografica nella propria scuola o organizzazione:
— "Chi sono? Autobiografia con gli Adinkra" (scuola secondaria, 6–12 ore)
— Formazione docenti: narrazione autobiografica come strumento pedagogico
— Percorsi lifelong learning per adulti
Scrivi "ANGHIARI" nei commenti e ti mando tutti i dettagli. 📍

Bellissimo documentario. Fa un certo effetto vedere la leggenda del 1990 mentre oggi i Leoni Indomabili faticano a ritro...
07/06/2026

Bellissimo documentario. Fa un certo effetto vedere la leggenda del 1990 mentre oggi i Leoni Indomabili faticano a ritrovare se stessi, reduci da anni di lotte interne, scelte tecniche errate e caos societario. Il lavoro che sta facendo Samuel Eto'o per rimettere ordine è titanico ma necessario. Se le cose andranno nel verso giusto, la programmazione pagherà: tempo 3 o 4 anni e il Camerun tornerà a brillare come merita la sua storia. 🌍⚽

Sabato 8 giugno 1990 la Nazionale di calcio del scioccava il mondo battendo l'Argentina di Diego Armando Maradona nella gara inaugurale dei Mondiali...

Formazione docenti: il momento giusto è adesso, non a settembreB2BOgni anno, in questo periodo, ricevo messaggi da inseg...
07/06/2026

Formazione docenti: il momento giusto è adesso, non a settembre
B2B
Ogni anno, in questo periodo, ricevo messaggi da insegnanti che mi scrivono la stessa cosa: "Avrei voluto fare formazione interculturale quest'anno, ma non abbiamo trovato il momento."

Il momento, in realtà, c'era. Era adesso. Era giugno.

Giugno è il mese in cui si può ancora utilizzare la Carta del Docente per l'anno in corso. In cui i dirigenti scolastici hanno la testa più libera per valutare proposte. In cui si progetta l'autunno — non si aspetta settembre, quando i tempi si stringono e i budget sono già stati allocati.

La formazione che propongo ai docenti non è un corso frontale su come si gestisce la classe multiculturale. È qualcosa di diverso: i docenti vivono prima un laboratorio come partecipanti — corpo, ritmo, simboli Adinkra, narrazione — e poi lo analizzano come professionisti. Il metodo viene incontrato prima di essere studiato. Questo cambia la prospettiva.

Ho lavorato con docenti di scuole della Provincia di Bergamo, Milano, Monza Brianza, Lecco, Como, Varese. E ho insegnato all'Università degli Studi di Milano-Bicocca dal 2000 al 2006. Non porto teoria calata dall'alto: porto ciò che ho verificato in centinaia di classi reali, in trent'anni di lavoro sul campo.

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📋 I percorsi disponibili per il 2025/2026 e 2026/2027:

— Modulo base: Pedagogia del Cerchio Doppio · 6 ore
— Gestire la Classe Multiculturale · 6–12 ore
— Percorso completo · 20 ore con attestato · compatibile Carta del Docente
— Percorso avanzato · 40 ore con crediti formativi MIUR (in convenzione con enti accreditati)

Costo: €50–60 lordi/ora. Incontro conoscitivo gratuito in presenza o online.

📧 [email protected]
📱 338 591 6894 (anche WhatsApp)

Tagga un dirigente scolastico o una funzione strumentale — o scrivi "FORMAZIONE" nei commenti per ricevere la brochure dei percorsi. 📚

Nel villaggio dove sono cresciuto la musica non era intrattenimento. Era il modo in cui la comunità si ricordava di esse...
03/06/2026

Nel villaggio dove sono cresciuto la musica non era intrattenimento. Era il modo in cui la comunità si ricordava di essere una comunità.
A Ekoudbessanda — piccolo villaggio nella foresta del Camerun centrale, popolo Beti — si suonava ai matrimoni e ai funerali. Per celebrare il raccolto e per attraversare i momenti di crisi. Il tamburo non decorava la vita: la reggeva. Scandiva il ritmo del tempo collettivo, teneva insieme ciò che altrimenti si sarebbe disperduto.
Quando sono arrivato in Italia, nel 1989, la musica era l'unica cosa che non aveva bisogno di traduzione. Non sapevo ancora l'italiano, non capivo le abitudini, le battute, i silenzi impliciti. Ma quando imbracciavo la chitarra o battevo le mani in ritmo, si apriva qualcosa di terzo — né africano né italiano, ma profondamente umano. Uno spazio in cui ci si poteva incontrare senza dover spiegare niente.
Questo è ciò che porto nei laboratori con le scuole: non "la musica africana" come oggetto da osservare da lontano, ma il ritmo come strumento vivo — qualcosa che sa creare casa tra persone che non si conoscono ancora. Lo so perché l'ho vissuto sulla pelle, prima di qualsiasi teoria pedagogica.
Per trent'anni ho portato questo lavoro con il Trio Minlan — il gruppo che ho fondato nel 1995 e con cui abbiamo registrato due album, Nlo Dzobo e Dopo il viaggio c'è l'incontro (ancora su Apple Music, cercando "Henri Olama"). Un percorso lungo, prezioso, che ha attraversato centinaia di scuole e palcoscenici in tutta Italia.
Oggi quel percorso si chiude e ne apre uno nuovo: il NNAM Project. Stessa radice Beti, stesso intreccio di ewondo, francese e italiano, ma una direzione artistica più contemporanea e aperta. Il viaggio continua — con strumenti nuovi e la stessa urgenza di sempre.
Il podcast Rotte Creative — che trovate su YouTube — è nato dalla stessa necessità: raccontare i percorsi di chi ha attraversato mondi diversi e ha trovato un modo per abitarli entrambi. Senza perdere nessuno dei due.
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🎙️ Rotte Creative su YouTube: youtube.com/
🎵 Discografia Trio Minlan su Apple Music: cerca "Henri Olama"
🌐 Tutto il resto: olama.net
C'è una musica che per voi è "casa"? Quella che vi riporta a un posto, a una persona, a un momento preciso? Raccontatemi nei commenti. 🎵

In ewondo, la mia lingua, esiste una parola che fa due cose insieme — e questa doppiezza non è un difetto, è la sua forz...
01/06/2026

In ewondo, la mia lingua, esiste una parola che fa due cose insieme — e questa doppiezza non è un difetto, è la sua forza.
La parola è ngang.
Detto con voce normale, nel contesto giusto, significa grazie. Non un grazie qualsiasi: un grazie che pesa, che riconosce, che arriva da dentro. Detto con la voce un po' più bassa, con quel registro che porta un alone di mistero — ngang significa magia.
Oggi ve la consegno. Perché le parole che aprono mondi non si tengono per sé.
Usatela. Con ogni persona che ha incrociato i vostri occhi e vi ha regalato un sorriso, un momento di attenzione — un collega, uno sconosciuto sul treno, qualcuno che non rivedrete mai più. Non importa quanto sia durato. Ha contato. Merita un ngang.
Ma tam mine bese abui Ngang — a tutti voi, un grazie profondo. Per quest'anno. Per ogni sguardo, ogni presenza, ogni piccolo gesto che forse nemmeno sapete di aver fatto. 🌍🙏🏾
Henri Olama — nato nel popolo Beti del Camerun centrale, vivo e lavoro in Lombardia, tra parole, simboli Adinkra e musica.

Cosa può insegnare un simbolo di mille anni a un nativo digitale?Cultura & PedagogiaUna bambina di nove anni mi ha fissa...
31/05/2026

Cosa può insegnare un simbolo di mille anni a un nativo digitale?
Cultura & Pedagogia
Una bambina di nove anni mi ha fissato e mi ha chiesto: "Ma questo simbolo chi l'ha inventato?"

Stavo mostrando Sankofa — l'uccello che vola in avanti con la testa girata indietro, portando un uovo nel becco. Viene dal popolo Akan del Ghana. Ha probabilmente mille anni. Il suo significato è condensato in una frase: "Non è sbagliato tornare indietro a prendere ciò che hai dimenticato."

La bambina ha riflettuto un secondo. Poi: "Come quando ripensi a una cosa e capisci che avevi torto?"

Esatto. Proprio così.

I simboli Adinkra sono un sistema di saggezza visiva ancestrale. Ogni forma grafica condensa un principio filosofico, un insegnamento, una domanda aperta sulla vita. Non sono decorazioni: sono strumenti per pensare. Per capire chi si è, da dove si viene, verso cosa si sta andando.

Nel 2006 ho scritto Le mappe degli Adinkra — 20 simboli per raccontarsi (MC Editrice, Milano) — il principale testo in italiano su questo sistema. Da allora li uso in ogni laboratorio: con i bambini della primaria, con i ragazzi del liceo, con i docenti in formazione, con gli adulti in percorsi autobiografici.

Sankofa insegna la memoria come orientamento. Nkyinkyim — la linea tortuosa — insegna l'adattabilità nel viaggio. Dwennimmen, le corna dell'ariete intrecciate, insegna che la forza vera porta con sé l'umiltà.

Sono strumenti per raccontarsi. A qualsiasi età, in qualsiasi lingua, in qualsiasi classe della Lombardia.

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📖 Adinkra e identità a scuola — i percorsi disponibili:
— "Chi sono? Autobiografia con gli Adinkra" (scuola secondaria, 6–12 ore)
— "I segni che scelgo" (scuola primaria, 4–6 ore)
— Body art con simboli Adinkra e colori professionali Kryolan (1–2 incontri, con consenso scritto)
— Modulo Adinkra incluso nei corsi di formazione docenti

Stai lavorando su identità o educazione civica nella tua classe? Scrivimi in privato — o dimmi nei commenti: qual è il simbolo che ti rappresenta di più in questo momento? 🌀

1988-2025 : Le Cameroun retrouve le Maroc, l'histoire va-t-elle bégayer ?Le Cameroun s'est qualifié pour les quarts de f...
05/01/2026

1988-2025 : Le Cameroun retrouve le Maroc, l'histoire va-t-elle bégayer ?
Le Cameroun s'est qualifié pour les quarts de finale de la CAN 2025 en écartant l'Afrique du Sud (2-1) ce dimanche 5 janvier à Rabat, brisant au passage une malédiction de plus de trente ans face aux Bafana Bafana. Les Lions Indomptables, arrivés "sens dessus dessous" au Maroc après le licenciement de Marc Brys, montent progressivement en puissance sous David Pagou et Martin Ndtoungou Mpile. Le rendez-vous est fixé au 9 janvier pour un choc qui promet d'être plus équilibré que prévu.
Une domination historique qui parle d'elle-même
Cette affiche ne relève pas du hasard mais d'une fatalité historique qui hante le Royaume chérifien. En douze confrontations officielles, le bilan est sans appel : six victoires camerounaises, cinq nuls, une seule défaite Camerounaise. Plus révélateur encore, les Lions Indomptables n'ont jamais perdu face au Maroc en phase finale de CAN, avec trois victoires et un nul. La dernière victoire camerounaise remonte aux éliminatoires CAN 2019 (1-0 à Yaoundé).
1988 : Quand Casablanca fut le théâtre du triomphe camerounais
L'ombre de 1988 plane sur ce quart de finale comme un avertissement pour les supporters marocains. Cette année-là, déjà au Maroc, le Cameroun avait brisé les rêves du pays hôte en demi-finale avant de remporter son deuxième titre continental face au Nigeria (1-0) au stade Mohammed V de Casablanca. Un penalty d'Emmanuel Kundé avait scellé la victoire des Lions Indomptables menés par Claude Le Roy, avec Roger Milla sacré meilleur joueur du tournoi.
Trente-sept ans plus t**d, le scénario se répète : même pays hôte, même parcours chaotique pour le Cameroun en début de compétition, même montée en puissance au fil des matches. Et surtout, un Maroc qui peine à convaincre face à des adversaires théoriquement inférieurs.
David Pagou, l'architecte de la résurrection
Nommé en urgence après le licenciement fracassant de Marc Brys le 1er décembre 2024, David Pagou réussit là où son prédécesseur avait échoué : fédérer un vestiaire divisé et insuffler un état d'esprit conquérant. Avant d'affronter l'Afrique du Sud, il déclarait avec lucidité : "Nous sommes gonflés à bloc pour affronter cette merveilleuse équipe. Pour moi, Hugo Broos est un modèle et c'est toujours un plaisir de le défier." Sa philosophie ? Simple et efficace : "Je dis à mes joueurs : jouez (...) nous allons essayer de les déranger."
Le résultat fut spectaculaire. Après avoir subi en première mi-temps, le Cameroun a frappé avec un réalisme glacial : Junior Tchamadeu (34e) puis Christian Kofane (47e). Une performance collective orchestrée par l'expérimenté Martin Ndtoungou Mpile (67 ans), qui avait dirigé les Lions aux JO de Pékin 2008, et portée par la jeunesse talentueuse de Bryan Mbeumo, Carlos Baleba et Mahamadou Nagida.
Un Maroc vulnérable face à la pression
Le pays hôte vient de franchir difficilement l'obstacle tanzanien (1-0), une victoire laborieuse qui révèle des failles exploitables. Face à une équipe théoriquement largement inférieure, le Maroc a tremblé, peiné à créer, et n'a arraché sa qualification que grâce à un but t**dif d'Achraf Hakimi (47e). Cette performance décevante contraste avec la montée en puissance du Cameroun.
La statistique est têtue et l'histoire implacable : jamais le Maroc n'a battu le Cameroun en phase finale de CAN. Avec un Cameroun qui affirme que "la patte de David Pagou est en train de naître" et qui progresse match après match, les Lions de l'Atlas ont toutes les raisons de s'inquiéter.
Le 9 janvier, le fantôme de 1988 rôdera dans les tribunes. Le Maroc joue chez lui, mais le Cameroun joue son histoire. Et dans ce duel-là, les Lions Indomptables ont rarement tremblé.

Indirizzo

Bergamo
24040

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