10/11/2025
Che Dio lo preservi.
Chi ci legge forse non conosce tutta la storia.
C’era una volta un matematico, cresciuto nell’Olivetti, quella del miracolo dell’informatica italiana che non ebbe seguito ma che fu fucina di menti e progetti visionari, che la Silicon Valley non ha nulla da invidiare.
Un matematico cresciuto in una frazione sperduta nel Canavese, che quando sollevava gli occhi dalle sudate carte piene di numeri afferrava la fisarmonica e suonava con indomita passione, per accompagnare il canto dei suoi paesani. Musica e numeri, si sa, non sono lontani. Ma come l’Olivetti è canavesana fino al midollo, anche se appare come un miracolo tecnologico spuntato chissà perché in una terra di nessuno, anche il nostro giovane sapeva che di essere la parte di un tutto, che i suoi numeri non venivano dal nulla, ma crescevano sulla stessa terra da cui persone meno studiate di lui avevano tramandato inconsapevolmente radici poeticissime e feconde.
Il nostro matematico, quando si trovò a condurre un coro, capì che doveva guardare avanti, come l’avevano abituato a fare in azienda.
E quindi, nel mondo corale che viveva di musiche che al pubblico proponevano l’ombra delle radici che rappresentavano, decise di partire alla ricerca, guardando indietro.
Un registratore, infinita pazienza, un metodo (matematico?) per riesumare dalle memorie frammenti di un mondo che nel canto si specchiava, egli accolse il raccoglibile. Ma non per chiuderlo in un archivio, lui che delle memorie digitali era un pioniere. Ma per ridonarlo alla gente che lo aveva ispirato nella ricerca.
Oggi, questa meraviglia è una realtà in continua evoluzione, dal Centro Etnologico Canavesano alle sue manifestazioni presenti e future. Un archivio sterminato, che racchiude decenni di ricerche, un coro che continua in ogni parte del mondo a portare un segno di come si possa guardare al futuro affondando le radici nel passato condiviso.
Il luogo dove ci si ritrova, a Baio Dora, è in Via dei Ribelli. Non a caso. Non si può non essere contro, ribelli ad un mondo che seda ogni voglia di andare avanti.
Tutto è cominciato con un giovane studiato, coi suoi numeri – li dà ancora, a detta dei suoi coristi, quando gli sembra che le cose non funzionino – e i suoi sogni.
Lo dico ogni volta, ma lo ripeto. Quasi quarant’anni fa lui mi disse: “Ci sono molti direttori, ma pochi, pochissimi Maestri”. Si rivolgeva ad un ventenne che dirigeva un coro più grande di lui, e le sue parole ancor oggi mi risuonano dentro. Negli anni l’ho riconosciuto Maestro, ammirato, ma soprattutto imitato, con le poche risorse di chi cerca di seguire un esempio irraggiungibile.
Sabato sera è stata presentala la sua biografia, come si addice ad un grande, alla quale la nostra Giulia ha aggiunto una postilla. E non poteva non essere così: se lei ora canta nei templi della lirica lo deve alle ninnenanne della sua mamma e al coro del suo papà, che seguiva l’esempio del Maestro.
Quel matematico, contadino nell’anima e visionario, ha piantato tanti semi da cui sono nate realtà meravigliose, che uniscono mondi musicali diversi, ma alla fine uguali nello spirito.
Non so quanti leggeranno, Amerigo, la tua biografia, presentata l’altra sera. Ma ogni volta che sentiranno la storia dell’Elvira, dei canavesani che lavorano alla Breda, del figlio che piange la mamma e mille mille altre storie che ci hai permesso di ricordare, tutti, anche se inconsapevolmente, ricorderanno la tua passione.
In un mondo senza passioni, raccontarne una tanto feconda è un dovere, un impegno da condividere, una gioia.