In principio c’è la volontà di un uomo, ossia Beppe Stucci, un intraprendente e scaltro pubblicitario, che nei primi anni Settanta si era ficcato in testa un’idea bella e ambiziosa: portare il Bagaglino a Bari, cioè impiantare anche qui da noi una compagnia di varietà che portasse una ventata di aria nuova e frizzante, mediante un repertorio teso a svecchiare gli stereotipi di una comicità tutta
fatta di macchiette e gag ormai appartenenti al passato, ma che sulla scia di vecchie e un po’ logore stelle del teatro leggero come Pippo Volpe, Piero De Vito, Angelo Minafra e altri continuava malinconicamente a sopravvivere a se stessa. Naturalmente, vi era anche il legittimo intento di far profitto e, per far questo, il nostro uomo che aveva le idee ben chiare, pensò che vi era solo una strada da percorrere: ovvero far accorrere nella nostra città, anche a costo di svenarsi per i cachet, i più bei nomi dell’avanspettacolo italiano. Per prima cosa, occorreva però trovare dei locali adeguati, locali che nella fattispecie furono rinvenuti in quel di via Pietrocola, piccola strada adiacente alla grande villa Romanazzi-Carducci. Si trattava in realtà di un vecchio frantoio in disuso, la cui decrepitezza e fatiscenza aveva quasi del surreale, tanto cadevano a pezzi. Quando Stucci convince la rinomata arredatrice Mariellina Lorusso Cipparoli, madre dell’attuale senatore Ninni Lorusso, ad entrarvi per un primo sopralluogo tecnico, questa fu letteralmente sopraffatta dall’atmosfera plumbea che regnava all’interno nonché dai miasmi pestilenziali tali da togliere il fiato.
-Madonna mia, ma questo posto è un autentico Purgatorio – disse, lamentandosi con Stucci, il quale anziché prendersela o scoraggiarsi, la ringraziò vivamente per aver scovato il nome che lui stava cercando per il suo teatro: “Il Purgatorio”.