Il 15 aprile del 1912, circa due ore e mezza dopo la collisione con un iceberg, il piroscafo RMS Titanic, salpato da Southampton cinque giorni prima per il suo viaggio inaugurale, si inabissò nelle gelide acque al largo di Terranova. Le operazioni di evacuazione dei passeggeri iniziarono ben un'ora dopo l'impatto con il ghiaccio. Diverse testimonianze dell'epoca misero in luce un atteggiamento per
nulla allarmato da parte dell'equipaggio. Una fiducia malriposta nella saldezza della nave, certamente; ma si trattò di una diretta conseguenza della roboante pubblicità di cui fu oggetto il transatlantico. Il suo viaggio inaugurale, infatti, fu accolto come un fasto che avrebbe definitamente illuminato il secolo da poco iniziato: l'annuncio che la tecnica delle società anglosassoni e occidentali avrebbe trionfato inarrestabile e vittoriosa. Un progresso reso possibile da ingenti investimenti, e che avrebbe dovuto fruttare copiosi guadagni, beninteso. Quanto sarebbe costato oggi un biglietto di prima classe, di sola andata? Parliamo di più di diecimila euro mensili — il personale di servizio femminile, invece, percepiva circa trecentocinquanta euro, più le mance. Con i suoi immensi saloni, i ristoranti, la piscina, la palestra, i campi per lo squash e la sala macchine all'avanguardia, il Titanic era stato unanimemente giudicato, al momento del varo, come inaffondabile. Chi avesse ipotizzato la possibilità del verificarsi di una tragedia sarebbe stato schernito dagli increduli. Nessuno avrebbe azzardato simili congetture. Del resto, nei giorni precedenti il naufragio, alla nave furono inviate segnalazioni di allarme per la presenza di iceberg lungo la rotta, in ripetute occasioni. Furono del tutto ignorate. Oltre al ritardo nell'evacuazione, le cronache registrarono l'inadeguatezza e il completo fallimento della gestione delle operazioni. Molte delle scialuppe, peraltro in numero non sufficiente ad accogliere la totalità dei passeggeri imbarcati, in realtà furono utilizzate soltanto parzialmente. Alcune, quando i soccorritori le intercettarono, risultarono addirittura mezze vuote. Con la nave che si dirigeva contro la montagna di ghiaccio, i passeggeri della prima classe si accingevano a concludere una sin lì piacevole serata, trascorsa nel grande salone principale a danzare sulla musica dell'orchestra; i musicisti ripresero l'esecuzione immediatamente dopo l'impatto. Sul motivo per il quale si comportarono così se ne potrebbe discutere all'infinito — non si saprà mai con certezza il perché: nessuno di loro scampò alla morte. Alcune testimonianze riportarono quale sarebbe stato l'ultimo brano suonato: un inno il cui titolo, in italiano, è traducibile lugubremente, pressappoco, come "Più vicino a Te, Signore".
«O se, su ali di gioia che fendono il cielo
Volerò in alto oltre il sole, la luna e le stelle sperdute
Anche allora il mio canto mi porterà
Più vicino a Te, Signore, più vicino a Te!». Nella drammatica fine del viaggio del Titanic c'è chi ha voluto vedere la conseguenza dell'errore umano, oppure l'azione imponderabile delle forze naturali. Sono intenzioni di ricerca limitate, che non anelano a chiarire le origini degli eventi restituendone la complessità. La causa reale del naufragio risiede nel funzionamento del mondo in cui il piroscafo fu costruito: i suoi meccanismi cardine furono la violenza delle diseguaglianze, l'arroganza trasformata in fondamento del sistema morale, il progetto di rendere la natura schiava della volontà umana, il proposito di disporre delle vite altrui senza doverne rendere conto. Furono questi i presupposti affinché si stabilisse di dare al mondo una nave tanto colossale e lussuosa; o anche i principi in base ai quali fu organizzata la vita a bordo — e, più in generale, la convivenza nella società dell'epoca. Fu dato per scontato che la traversata del Titanic si sarebbe felicemente conclusa con l'ingresso della nave nel porto di New York, senza mettere in discussione tale possibilità. Si palesò la completa inadeguatezza al momento di mettere in salvo le vite dei passeggeri. Il computo delle vittime fu di millecinquecento morti, con il relitto che ancora oggi riposa su di un fondale al largo di Terranova. Non poco di ciò che ha a che vedere con la tragedia del Titanic ci riporta ai giorni nostri. Dal secolo scorso, la vicenda richiama tristemente il funzionamento ormai consolidato del mondo in cui viviamo. E, forse, anche il suo esito. Per giunta, quel che c'è oggi in comune con l'affondamento del Titanic concerne l'assoluta inconsapevolezza del pericolo e della fine, che contraddistinse il comportamento sia dei passeggeri che dell'equipaggio. Sembra ingiustificabile, agli occhi di noi che viviamo un secolo dopo la tragedia, quel procedere inconsapevole da parte delle persone che ne divennero vittime, quel continuare con indifferenza nelle proprie occupazioni — nei divertimenti per i privilegiati, negli affanni per gli altri. Un atteggiamento di fronte al pericolo, una presa d'atto imbelle dinanzi all'impossibilità della vita, che, se urtano la nostra sensibilità quando le riscontriamo negli esseri umani del passato, poi non facciamo alcuna fatica a replicare nella vita che conduciamo tutti i giorni. Ecco a cosa si deve la genesi del progetto Titanic: gli interventi artistici in programma sono segnali di allarme, lanciati da artisti e artiste che non intendono continuare a esprimersi al solo scopo di intrattenere il pubblico mentre la nave sulla quale viaggiamo naviga dritto contro l'iceberg. Come ebbe a dire Bertolt Brecht nel 1933,
«Essere intimisti oggi, curarsi dell’estetica, fare l’arte per l’arte è come riempire di meravigliose nature morte i saloni del Titanic che sta affondando». Non è possibile prevedere sin da ora se anche questa volta gli avvisi di pericolo si riveleranno inutili, o se saranno accolti, nonostante il fatto che la nostra esperienza umana nel presente, individuale e collettiva, non lasci di certo presagire un esito felice per il viaggio del nostro Titanic.