21/05/2019
NOSTRA SIGNORA DI HATRIA
PRESENTAZIONE MOSTRA
Perché la mostra
Lo sguardo di ogni uomo è attirato dalla bellezza, le opere di Andrea Delitio in Atri sono l’invito ad una bellezza sempre nuova che assieme a Giulia di Giacomantonio, Ettore Cicconi e Giovanbattista Benedicenti abbiamo voluto far uscire fuori dalle mura della Cattedrale di Atri sottoforma di mostra itinerante con le foto di .Silviano Scardecchia.
L’impianto della mostra si struttura in due parti: i primi 7 pannelli sono descrittivi dell’aspetto prettamente artistico del coro affrescato da Andrea Delitio gli altri ritraggono le storie di Maria e Gesù commentate dai padri della chiesa, dai vangeli apocrifi e canonici. Scriveva Cyprian Norwid: “La bellezza è per entusiasmare al lavoro, / il lavoro è per risorgere” (n. 3). E più avanti aggiunge: “In quanto ricerca del bello, frutto di un’immaginazione che va al di là del quotidiano, l’arte è, per sua natura, una sorta di appello al Mistero. Persino quando scruta le profondità più oscure dell’anima o gli aspetti più sconvolgenti del male, l’artista si fa in qualche modo voce dell’universale attesa di redenzione”e ancora: “La bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente”
Ciò che io vedo ogni giorno è l’indomabile amore per la vita che Andrea ha narrato per Atri ma per il mondo intero descrivendo l’amore di un figlio per sua madre Maria.
UN INDOMABILE AMORE PER LA VITA
Paternità e datazione degli affreschi
Benché sul ciclo non sia pervenuta alcuna testimonianza documentaria, nell’archivio capitolare atriano esistono alcuni documenti riguardanti Delitio. Sono, in ordine cronologico, il contratto stipulato il 2 ottobre 1450 per un ciclo di affreschi nella chiesa di S. Francesco a Sulmona, due carte risalenti probabilmente al 1469, aggiunte in un catasto del 1477 dalle quali risulta che il pittore possedeva una casa nel quarto di Santa Maria, un orto vicino porta Sant’Angelo e una vigna con alberi nel borgo di Mutignano, e infine una registrazione datata 1488 di una vendita di un orto in Atri confinante con un terreno di sua proprietà. La paternità delitiana del ciclo, già supposta da Luigi Sorricchio nel 1897, è stata riconosciuta dal Berteaux l’anno successivo sulla base del confronto stilistico con il San Cristoforo affrescato nel portico della Cattedrale di Guardiagrele, e datato 1473. Su questa attribuzione, accettata da tutti gli studiosi, non è possibile dubitare perché sotto il S. Silvestro dipinto su uno dei pilastri del coro, sarebbe stata rinvenuta dal Trubiani la firma graffita: “(M)astro And(rea) da leccja fo questa”.
La datazione posteriore al 1481, avanzata per primo dal Berteaux e accolta in passato dalla maggior parte degli studiosi, si è rivelata inaccettabile per più ragioni. Lo studioso francese si basava sul presunto riconoscimento, nella figura in abito signorile dipinta sull’arco sinistro del coro, di Andrea Matteo III d’Acquaviva, duca di Atri dal 1481. Ma il profilo dell’Acquaviva inciso sulla medaglia citata dallo studioso quale termine di paragone, in realtà non corrisponde al ritratto virile in questione, bensì all’adolescente raffigurato alle sue spalle. Se in quest’ultimo va quindi riconosciuto Andrea Matteo d’Acquaviva, è probabile che l’uomo che lo precede sia suo padre Giulio Antonio, Duca di Atri e Teramo dal 1464 al 1481, come conferma anche il confronto con un suo ritratto postumo conservato nel castello di Conversano. Sulla base dell’età adolescenziale che Andrea Matteo, nato nel 1458, mostra nell’affresco, possiamo dedurre una datazione dell’affresco attorno al 1475. Una conferma ulteriore di questa conclusione viene fornita dallo stemma della famiglia Acquaviva dipinto sul pilastro sinistro del coro, sicuramente anteriore al 1477, perché accanto al leone rampante simbolo degli Acquaviva, non presenta le armi aragonesi che da quell’anno furono aggiunte.
La committenza
Il ruolo principale nella committenza sembra sia stato svolto dal Vescovo Antonio Probi, ritratto nella penultima scena in adorazione del Cristo Eucaristico. Al suo ufficio ecclesiastico il Vescovo Probi univa un’intensa attività politico diplomatica.
Il programma iconografico
L’alto livello culturale del committente e del dotto capitolo atriano del quale restano tracce nei preziosi codici manoscritti conservati nel locale museo , si riflette nella complessità del programma iconografico del ciclo. Nelle vele della volta le figure degli Evangelisti e dei Padri della chiesa campeggiano su un prezioso fondo azzurro punteggiato da stelle dorate. Matteo e Girolamo, Marco e Gregorio, Giovanni ed Agostino, Ambrogio sono tutti assisi davanti ai loro scrittoi intenti a meditare sui testi sacri, mentre Luca aggiunge gli ultimi tocchi di colore al quadro della Vergine col Bambino posto sul cavalletto. Entro le cornici dei pennacchi sono raffigurate, come negli affreschi del vecchietta nel battistero di Siena, le Virtù: le tre teologali, Fede, Speranza e Ca**tà, e le quattro cardinali, Giustizia, Prudenza, Fortezza e Temperanza, alle quali si aggiunge l’Obbedienza, riconoscibile dal giogo sulle spalle. Sotto ogni Virtù è dipinta una testa di carattere entro un medaglione.
Il complesso narrativo si divide in quattro registri: nel primo e più alto, corrispondente ai tre lunettoni, è raffigurata la storia di Gioacchino ed Anna dalla Cacciata dal tempio fino all’Incontro alla porta Aurea; nel secondo registro si trova il primo periodo della Vita della Vergine: Nascita, Presentazione al Tempio, Lavori nel tempio, Matrimonio, Annunciazione, Visitazione, Natività e Adorazione dei Magi. Nel terzo ordine sono La fuga in Egitto, La strage degli Innocenti, Gesù tra i dottori, le nozze di Cana e il Battesimo di Gesù. Poi con un notevole salto cronologico, la narrazione riprende nell’ultima fascia con l’Annuncio della morte, Il commiato dagli apostoli, la Dormitio Virginis, quasi interamente perduta, Il Cristo eucaristico ed infine l’incoronazione della Vergine.
Nel penultimo riquadro lo spazio oggi lacunoso al centro potrebbe essere stato occupato in origine dal tabernacolo eucaristico, come farebbero pensare i due angeli posti a pendant in atto di adorazione e il vescovo con i due prelati inginocchiato in preghiera con lo sguardo fisso verso il centro, oltre che la tipologia stessa del Cristo che emerge dal sepolcro mostrando i simboli eucaristici. Mentre il brano raffigurante due pie donne sulla sinistra vi sarebbe stato aggiunto durante il restauro del 1881. L’insolita collocazione del Cristo eucaristico tra la Dormitio e l’Incarnazione starebbe a significare come la comunione con il corpo e il sangue di Cristo sia la via per raggiungere la beatificazione del paradiso, secondo l’esempio offerto dalla Vergine. I vari episodi sono illustrati da didascalie in volgare locale scritte con una grafia elegante e misurata. Le fonti letterarie dalle quali derivano tutte le scene sono costituite dai vangeli apocrifi, tra i quali quello dello Pseudo Matteo sembra corrispondere maggiormente alle soluzioni iconografiche adottate da Delitio.
Al rigore geometrico e alla serena grandezza del Rinascimento toscano Delitio contrappone un vivace e arguto espressionismo caratteriale ed insieme un gusto accentuato per l’elemento ornamentale di sapore napoletano-aragonese.
Negli affreschi di Atri Delitio profonde tutta la sua carica di fantasia e di sensibilità poetica. Indimenticabile ci appare l’espressività caricata e giocosa di molti dei suoi personaggi e inoltre la disarmante spontaneità unita ad una certa arguzia ammiccante che trapela dai volti femminili. Con estrema disinvoltura l’artista inserisce all’interno delle scene sacre brani di inedita vivacità, come cani che ringhiano e gatti che fanno le fusa, monelli che giocano nelle strade e giovani innamorati che si corteggiano. Tutto questo mostra un indomabile amore per la vita in tutte le sue manifestazioni e un’altrettanto intensa passione per l’arte di rappresentarla. Il San Luca pittore ne costituisce la testimonianza più verace. Dipinto con tale partecipazione da far supporre che si tratti di un autoritratto, il santo è colto in un’espressione di estatica concentrazione di fronte all’immagine della Vergine col Bambino appena dipinta, a testimoniare l’ineffabile piacere della creazione artistica, che rende l’uomo più vicino a Dio.
Grazie
Don giuseppe bonomo