17/12/2020
Una poesia lenta, sulle pause: in tre parti.
[ PART. 3 ]
In un elegante eclissi dove cresce il pericolo,
il virus vive in mezzo a noi,
si diffonde grazie a noi.
Dove cresce ciò che salva?
Nel vuoto che ci facciamo intorno.
Negli spazi delle isole sociali,
che in tal modo si aprono
dando vita ad un tempo sospeso,
uniforme e vuoto.
È la fioritura della noia.
Intrattenimento a distanza,
giochi virtuali per bambini
impazziti dalla noia.
Passatempi per passare il tempo,
per riempire il vuoto
che deve salvarci, ma forse
ci uccide.
Ne accesi ne spenti.
O non si dorme mai,
O si sonnecchia sempre.
Specchio del nostro nucleo profondo,
che ci divide in due grandi gruppi.
Uniti in un unico loop.
Tutti sul medesimo piano.
È tra questi incastri che tocca essere liberi.
Per preservare la rarità,
della povertà degli elementi.
Una piazza pulita di tutto, fa il vuoto.
Ma elimina anche le striature,
rendendo tutto
omogeneo.
La noia infondo è un vago timore
di tornare a essere sostanza.
È la paura di spogliare la nostra esperienza del tempo
di quelle sensazioni ritmiche
che sono il pane della nostra durata.
Diventando un puro tempo astratto.
Un vuoto sospeso,
che non si compie.
Ma la pausa, non viene definita solo dalla noia.
La pausa lungi dall’essere vuota o monotona.
Nasconde sotto la superficie
una insospettata densità di possibilità.
Come l’opera 4.33, così noi:
Fermi in una pausa lunga
4 minuti e 33 secondi,
senza neppure una singola nota,
solo il vuoto.
Assoluto, ma puro.
Perchè quello che resta forse
non è poi così vuoto.
Perché vuoto,
non esiste.
Basta soltanto,
farci caso.