14/04/2026
«Fu mio padre, Francesco Conte (1920-1986), che mi spiegò il significato dell’affresco di argomento mitologico dipinto su un tondo nel soffitto della camera dove dormivo, in quello sconfinato e decaduto appartamento dove passai l’infanzia nel piccolo paese ligure di Porto Maurizio. Papà veniva dalla Sicilia, aveva fatto studi classici, da cui i parenti liguri si erano tutti tenuti rigorosamente lontani.
L’affresco rappresentava il carro di Elio, dio del Sole, trainato da due cavalli che scalpitavano tra le nuvole e schiumavano fuoco dalle froge. Alla guida del carro, ma ormai incapace di governarlo, c’era il giovane auriga Fetonte. Figlio di Elio, quel giorno aveva a tutti i costi voluto sostituire il padre, e non aveva seguito i suoi consigli: aveva disobbedito, aveva portato il carro del Sole prima troppo lontano dalla terra, provocando micidiali tempeste di ghiaccio, e poi troppo vicino, facendo scoppiare incendi spaventosi. Ora stava per essere sbalzato rovinosamente a terra, soltanto così il cosmo avrebbe ritrovato il suo ordine. Era una storia che adombrava chissà quali sconvolgimenti cosmici primordiali, e nello stesso tempo l’eterna disobbedienza dei figli al padre.» (Giuseppe Conte, Il mito greco e la manutenzione dell’anima, 2021)
IMG: Jan Carel van Eyck, La caduta di Fetonte (1636-38) - Museo Nacional del Prado, Madrid