17/01/2026
"INUTILMENTE UNITE"
Sotto la pancia gonfia di un vecchio salice, in un pomeriggio d'estate che non aveva alcuna fretta di finire, sedevano Milena e Matilda.
Erano "inutilmente unite" non le legava un affare, non le univa un progetto, nemmeno un segreto scomodo.
Erano insieme come due guanti spaiati rimasti in fondo a un cassetto per decenni.
Matilde stava osservando una formica che tentava di scalare un filo d'erba piegato. «Sai Milena,» esordì con la solennità di un filosofo, «ho calcolato che se masticassimo ogni boccone esattamente quarantotto volte, il tempo passato a tavola aumenterebbe così considerevolmente, riducendo drasticamente il tempo che passiamo a chiederci noiosamente cosa fare dopo il pasto».
Milena non si voltò nemmeno. Teneva gli occhi socchiusi, persi nel riverbero del sole tra le foglie. «È un calcolo fallace, Matilda.
Non tieni conto della stanchezza dei muscoli mascellari.
Dopo il terzo fusillo, la resa calerebbe e finiresti comunque per fissare il vuoto, solo con la mascella dolorante».
«Vero», ammise Matilda, per nulla offesa.
«Però sarebbe un dolore occupato. Un dolore con uno scopo».
Rimasero in silenzio per alcuni lunghi minuti. Un silenzio denso, come l'aria che si respira in piena estate, non di quelli che aspettano di essere riempiti, ma di quelli che si godono il proprio peso.
«Ho scoperto che la mia vicina di casa dà i nomi alle sue camiciette», riprese Matilda, grattandosi un orecchio. «Quella a righe si chiama Luisella. Quella di lino, invece, si chiama Solo-Se-C’è Caldo».
«E quella nera?» chiese Milena.
«Non ne ha. Dice che il nero è troppo impegnativo per una persona che non ha mai da andare a nessun funerale».
«Una donna saggia», commentò l'amica.
Si scambiarono un’occhiata e sorrissero pugramente alla battuta.
Erano lì a consumare l’ozio come se fosse una risorsa infinita, parlando di formiche, di nomi di indumenti e della curvatura perfetta che deve avere un sasso per rimbalzare sull'acqua senza disturbare troppo i pesci.
Non stavano costruendo il futuro, non stavano curando il passato.
Erano due donne che avevano compreso la suprema utilità dell'inutile: stare sedute sotto un albero, in un mondo che correva frenetico verso il nulla, a raccontarsi tutto ciò che passava per la testa e che non importava a nessuno.
Ed era proprio in quell'inutilità che si sentivano, finalmente, indistruttibili ed unite ma forse però avevano tradito il momento perché qualcosa di utile lo avevano fatto.