15/07/2020
“La Clef de la Magie Noire” (1897), secondo volume dell'opera omnia “Le serpent de la Genèse”, contiene un capitolo straordinario sulla morte, che ci permette di capire come Wirth abbia potuto definire il suo maestro un “platonico cabalista”.
Guaita distingue nell'uomo quattro vite (la vita universale, la vita individuale, la vita cellulare e la vita chimica) e definisce la morte come “la frattura, l'interruzione del legame simpatico delle vite.
I termini con cui egli descrive “l'odissea degli elementi che sopravvivono al corpo”, le aggressioni di cui sono vittime a opera dei Masikim (vermi, iene e corvi dell'invisibile), il rifugio che l'anima trova nella terra spirituale o fra gli “ospiti del cono d'ombra”, sono il frutto di una mente di un pensatore nutrito dalla cabala di Yishàd Luria, ma anche la straordinaria creazione di un poeta, dotato di altissima ispirazione.
(Sarane Alexandrian, Histoire de la philosophie occulte, Paris, Éditions Segher, 1983)