30/09/2023
Avete già visto “Oppenheimer” di Christopher Nolan? Se sì, forse vi siete accorti che sotto sotto c’è un altro protagonista quasi invisibile dell’intera vicenda: Enrico Fermi. Il regista della pellicola, per diverse ragioni, concede al grande fisico italiano solo qualche fugace apparizione, ma la storia l’ha investito invece di un ruolo di primaria importanza nell’intricato corso degli eventi che ha portato alla realizzazione della bomba atomica.
Alla guida del suo gruppo di ricerca, i “ragazzi di via Panisperna”, Fermi iniziò a lavorare sulla radioattività artificiale nell’autunno del 1934 e il 22 ottobre di quell’anno fece una scoperta clamorosa: si accorse che se si rallentavano opportunamente i neutroni utilizzati per bombardare un nucleo atomico, la loro efficacia nell'indurre reazioni nucleari aumentava incredibilmente. Fu proprio Fermi a produrre la prima fissione nucleare di un atomo di uranio, anche se non se ne rese conto, ritenendo piuttosto di aver prodotto nuovi elementi transuranici. Per aver comunque raggiunto un epocale traguardo nella comprensione dei processi atomici, il carismatico genio italiano vinse il Premio Nobel per la fisica nel 1938.
Grazie alla scoperta dei “neutroni lenti” o “termalizzati” e agli studi di Leó Szilárd sulle reazioni nucleari a catena, il 2 dicembre 1942 Fermi riuscì a realizzare la cosiddetta “pila di Fermi” (Chicago Pile-1), il primo reattore artificiale a fissione nucleare. Quel giorno venne innescata la prima reazione artificiale a catena autoalimentata della storia. Due anni dopo, si trasferì a Los Alamos in qualità di “associate director” di Oppenheimer.
Proprio oggi, “l’ultimo uomo che sapeva tutto”, come lo definisce David N. Schwartz nella sua splendida biografia, avrebbe compiuto 122 anni.