05/29/2026
Era il 29 dicembre 2000 a Roma, nel quartiere Quadraro, Maria Scarfò, una donna di 36 anni, bella, energica e piena di vita, stava chiudendo come ogni sera il bar che gestiva insieme al fratello Alfonso.
Maria era una persona semplice, madre di famiglia con una vita dedicata al lavoro e alla casa.
Quella sera, intorno alle 20:15, uscì dal locale e salì sulla sua Golf nera.
Secondo i testimoni che la videro in quei momenti, alla guida dell’auto non c’era lei, ma un uomo sconosciuto.
Maria appariva visibilmente tesa e preoccupata. Poco dopo, ricevette una telefonata dal marito Sandro: la donna gli disse brevemente che avrebbe fatto tardi, che c’erano dei problemi.
Fu l’ultima volta che la sua famiglia sentì la sua voce.
Da quel momento Maria Scarfò scomparve. Le ricerche iniziarono immediatamente, ma senza risultati.
La mattina seguente, in una piazzola di sosta dell’autostrada A1 Roma-Napoli, all’altezza di Caianello (in provincia di Caserta), venne ritrovato il corpo di una donna. Era massacrato: il cranio fracassato da decine di colpi (circa 40) inferti con un oggetto pesante, probabilmente un cric o un attrezzo simile.
Maria era stata vio**ntata e aveva segni di difesa (il tacco di uno stivale rotto, escoriazioni sulle ginocchia). L’assassino l’aveva portata per oltre 200 chilometri, aveva abusato di lei, l’aveva uccisa brutalmente e poi aveva fatto ritorno verso Roma.
L’auto di Maria, la Golf nera, fu ritrovata bruciata poco distante dal Quadraro, nel tentativo evidente di distruggere prove. La borsa e il cellulare della vittima erano spariti. Il delitto presentava caratteristiche di un’aggressione pianificata, con un livello di violenza fuori dal normale.
Il caso rimase irrisolto per sette lunghi anni. Le indagini della Squadra Mobile di Roma, coordinate con tenacia dalla vice-questore Giovanna Petrocca, non si fermarono mai.
Grazie al recupero di un un assorbente della vittima, la Polizia Scientifica riuscì a estrarre un profilo genetico maschile completo.
La svolta però arrivò nel 2007.
Nell’agosto di quell’anno, un uomo ai domiciliari, Sabatino D’Alfonso (all’epoca 45 anni), rapì sotto minaccia di pi***la quattro studentesse di medicina a Roma. Le costrinse a guidare fino in provincia di Caserta, legandole e tentando di abusare di una di loro. Le modalità del crimine erano incredibilmente simili a quelle usate nel 2000: spostamento forzato verso il Casertano, violenza sessuale, controllo totale sulle vittime.
Il DNA di D’Alfonso venne confrontato con quello isolato sul corpo di Maria Scarfò e coincise perfettamente.
L’uomo era un violentatore seriale con un curriculum criminale pesante: già arrestato nel 1991 per violenze sessuali di gruppo, nel 1999 per rapina e violenza sessuale in provincia di Latina, e con vari episodi di aggressioni a donne.
Quando gli fu notificato l’arresto per l’omicidio di Maria, D’Alfonso si trovava già in carcere e rispose: «Non ricordo nulla».
Non confessò mai esplicitamente, ma le prove scientifiche, i collegamenti modali tra i delitti e la sua storia furono schiaccianti. Venne condannato per l’omicidio, la violenza sessuale e il sequestro di persona ai danni di Maria Scarfò.
Il suo caso resta uno dei piĂą emblematici: un delitto efferato, risolto solo grazie alla perseveranza investigativa e alle moderne tecniche di indagine genetica, che hanno permesso di fermare un mostro che avrebbe potuto continuare a colpire.
Maria aveva 36 anni. Lasciò un marito, una figlia e un fratello distrutti.