Non so se a Lunsar, Sierra Leone, siano mai capitati turisti, nel caso noi non siamo tra questi. Eravamo lì per lavoro, un lavoro che poteva portarci in qualsiasi altra pozza di sudore di quel continente. Inutile specificare quale lavoro, sarebbe fuorviante. Lunsar non ha un inizio e non ha una fine, non perché sia una metropoli, al contrario, è più un concentramento di abitazioni che si sparge tr
a strade di sabbia e macchie di vegetazione. Un mercato e una confusa serie di case con poche finestre e tetti in lamiera. E poi bambini, ovunque. E poi motorini che sostituiscono i mezzi di spostamento, suonano i loro clacson immacolati dalla mattina alla sera. Macchine esplose che continuano a marciare, meccanici sdraiati sotto camion storti e arruginiti che poi ripartono con un rombo di potenza, centinaia di ragazzi la mattina con le loro divise immacolate che vanno a scuola, a piedi dai villaggi vicini. Zanzare e caldo, la corrente che va e viene e frigoriferi che sbavano come bocche di neonati. Frutta ovunque e medicinali venduti alle bancarelle sotto il sole. Pesce e banana fritta, noccioline e cocco, riso in grosse ciotole comuni dove le mani si muovono senza fretta. Noi siamo occidentali comunque curiosi, ci siamo trovati dentro queste costruzioni di legno e terra essiccata, dove vendono le loro stoffe, o meglio i loro disegni, l’unica cosa che gli è rimasta, visto che la produzione dei tessili è finita in Cina. Non siamo proprio cavalieri dell’impresa, ma ci siamo appassionati a questi uomini e donne che rispondono sereni, che non cambiano prezzo se vedono un uomo bianco e non fanno differenza tra noi e loro, sono gentili con tutti. Abbiamo comprato qualche stoffa e nei pochi giorni che avevamo a disposizione, siamo andati in giro per sarti, cercando di tramutare con i loro colori e il loro lavoro, i nostri oggetti di lavoro e di viaggio, portando campioni di quello che avevamo sottomano, quasi che tramutare le linee e i colori dei nostri mondi occidentali, ci facesse diventare un po’ africani, ci trasmettesse quella loro indolente positività, che inconsciamente ci hanno trasmesso. Non pensiamo di arricchirci o di aiutare l’Africa, non abbiamo trattato sul prezzo di materiale o manodopera, e loro fondamentalmente non ce l’hanno chiesto. Però abbiamo visto il loro entusiasmo a realizzare degli oggetti che non conoscevano, hanno lavorato anche di notte con le loro macchine da cucire che ronzavano nel silenzio di un mondo senza televisori, dove la notte conosce poche luci artificiali e solo ombre lunari. Ed erano soddisfatti, non aiutiamo nessuno, ma egoisticamente, se riuscissimo ancora a farli lavorare, saremmo noi ad esserne felici. I prezzi di questi prodotti soffrono solo della distanza che ci separa e se non possono essere troppo vicini al costo di produzione è perché vorremmo permetterci di farne altri. Noi siamo in cinque, loro a lavorare molti di più.