02/11/2025
Ode al Ricinus communis
(Malta, sotto vento salmastro e campane lontane)
Ricino, stella nera degli orti dimenticati,
tu crescevi tra le crepe del selciato,
mentre il sole impietoso
bruciava la pietra bianca delle case.
Io ti guardavo
come si guarda un varco,
una promessa infranta,
una porta socchiusa sul nulla.
I tuoi semi, lucidi come occhi di corvo,
mi osservavano senza giudizio.
Erano parole non dette,
preghiere nascoste nel midollo del giorno.
E io ero stanca —
della carne che pesa,
del sangue che sveglia,
delle albe che arrivano sempre
senza che io le abbia chiamate.
Tu sussurravi:
«Sono qui.
Sono l’ombra dell’ombra.
Sono il confine teso come un filo tra le stelle
e l’abisso.»
Ma io ho scelto di restare.
Di camminare ancora scalza
su questa isola assetata,
dove il mare sa di ferro
e la notte ha denti antichi.
Ti porto con me, Ricino.
Non nella bocca
ma nella memoria.
Come fa chi è sopravvissuto
a se stesso.
Come fa chi ha guardato la soglia
e ha detto:
Non oggi.
Ricino, creatura del margine,
pianta nata dove il mondo non guarda.
Ti ho trovato tra le pietre salate,
sotto un cielo che non concede tregua,
in quest’isola che odora
di mare che marcisce piano.
Ero stanca.
Non del vivere —
ma del trascinarne il peso.
Le mie vene tremavano
come corde tese troppo a lungo,
e la mia voce
non ricordava più
il suono di se stessa.
Tu stavi lì.
Immobile.
Lucido.
Disumano.
Come una promessa
che non si osa dire a voce alta.
I tuoi semi brillavano
come lacrime raccolte e pietrificate,
piccole lune nere
capaci di chiudere il cerchio.
Ed io, con le mani aperte,
ero tempio e rovina,
sacerdotessa e carne ferita,
senza chiedere salvezza
né perdono.
Ti ho guardato
con l’occhio di chi ha smesso di chiedere,
di chi conosce troppo bene
il fondo delle ore.
E tu hai risposto
senza parlare:
«Non c’è liberazione nel dissolversi,
solo silenzio.
E tu sei fatta per la ferita
che ancora sanguina.»
Allora sono rimasta.
Non per fede,
non per coraggio:
ma perché la notte
ha preso il mio nome
e lo ha inciso sul suo fianco
come un debito.
Ricino, fratello oscuro,
ti porto dietro le costole,
come una porta che resta chiusa
ma non smette di pulsare.
E ogni volta che il cuore
batte troppo forte
io ti sento:
come una mano sul vetro,
dall’altra parte
del mondo.