13/04/2026
LA BANALITA' DELL'IMBECILLE
Quando il dolore diventa scenografia, il male un cartonato e la complessità una colpa
L’imbecille non è colui che non capisce tutto. Nessuno capisce tutto. L’imbecille è colui che riduce tutto. È una figura precisa del nostro tempo: prende ciò che è tragico, contraddittorio, storico, umano, sporco, e lo trasforma in una filastrocca morale buona per i social, per la lacrimuccia pronta, per il post che raccoglie applausi da chi non vuole pensare troppo.
La sua specialità non è la semplicità. La semplicità è una conquista dell’intelligenza. Per dire una cosa chiara bisogna aver attraversato il caos, aver visto le connessioni, aver resistito alla tentazione di mentire. La banalità, invece, è il prodotto industriale di una mente pigra. Costa poco, rende subito, ottunde in fretta.
Quando l’imbecille parla di pace, non guarda mai la radice del male. Non guarda l’avidità, l’umiliazione storica, gli interessi economici, il fanatismo, il narcisismo delle élite, l’industria della paura, la propaganda, la miseria educativa, il bisogno collettivo di avere un nemico per sentirsi innocenti. No. Troppo complicato. Troppo vero. Troppo scomodo.
Allora prende la guerra e la riduce a una favoletta. Da una parte ci sono i buoni che soccorrono, dall’altra i cattivi che distruggono. I soccorritori diventano eroi da locandina, i giornalisti diventano martiri automatici della verità, i morti diventano numeri commoventi da mettere in fila, i bambini diventano icone da condividere, e il male, quello vero, sparisce. Perché il male vero non è fotogenico. Non si lascia riassumere in tre slogan e una faccina triste.
Così accade che davanti a una città bombardata l’imbecille non si chieda chi ha costruito per anni le condizioni di quell’orrore, quali interessi si stanno nutrendo del conflitto, quali memi ideologici hanno preparato il terreno, quale sonno morale ha reso normale l’abisso. No. Fa il post piagnucoloso. “L’amore vincerà”. “La pace sia con tutti”. “Restiamo umani”. Frasi che non costano nulla, non cambiano nulla, non spiegano nulla. Zucchero gettato sopra una fossa comune.
Lo stesso meccanismo si vede altrove. Arriva un’alluvione, e subito compare la pornografia del bene. Foto di stivali nel fango, cuori, mani sporche, didascalie gonfie. Tutto giusto? No. Non tutto. Perché aiutare è giusto, certo. Ma ridurre una tragedia alla celebrazione emotiva di chi aiuta è già un tradimento. La domanda seria non è solo chi spalava il fango. È anche chi ha costruito territori fragili, chi ha devastato senza criterio, chi ha amministrato come se il futuro non esistesse, chi ha trasformato ogni prevenzione in burocrazia o favore politico. L’imbecille queste domande non le ama. Gli rovinano la festa morale.
Anche nel privato funziona così. Una persona crolla, si perde, si ammala interiormente, e subito il coro dei banali parte con le sue perle tossiche: “Devi reagire”, “sorridi”, “la vita è bella”, “volersi bene è la chiave”. Nessuna comprensione del sottosuolo, del dolore muto, delle fratture antiche, del contesto sociale, delle solitudini reali. Sempre la stessa idea id**ta: la sofferenza va accorciata, tradotta in slogan, rimessa in vetrina con un fiocco motivazionale.
L’imbecille ha fretta. La realtà no.
Ecco il punto. L’imbecille non sopporta il male perché il male costringe a pensare in profondità. Costringe a vedere che il carnefice non arriva mai da Marte, che la violenza si prepara lentamente, che l’odio ha una pedagogia, che l’automatismo umano è una macchina micidiale, che spesso il disastro nasce da persone normalissime convinte di essere dalla parte giusta. Questa è la verità che fa paura. Molto più paura del cattivo da fumetto.
Per questo la banalità è pericolosa. Non è solo fastidiosa. È complice. Trasforma la coscienza in riflesso condizionato. Addestra a sentire senza capire, a reagire senza vedere, a piangere senza discernere. Fa del bene una recita e del male un cartone animato. Così nessuno riconosce più le sue forme quotidiane: l’obbedienza stupida, il conformismo morale, il bisogno di appartenenza, la fame di approvazione, la viltà travestita da sensibilità.
Il vero soccorso, anche intellettuale, comincia quando si smette di recitare.
Non servono post commossi sulla vittoria del bene sul male. Servono occhi. Servono nervi saldi. Serve la capacità di reggere la complessità senza correre a infantilizzarla. Serve distinguere tra il gesto buono e la narrazione consolatoria del gesto buono. Serve capire che il dolore non chiede decorazione, chiede verità.
L’imbecille banalizza tutto perché non regge il peso del reale. E così lo alleggerisce fino a distruggerlo.
Poi si commuove per le macerie che lui stesso, con la sua stupidità sentimentale, ha aiutato a coprire di zucchero.
https://saurotronconi.substack.com/p/la-banalita-dellimbecille