13/03/2026
Cappellino azzurro con lunghe orecchie da coniglio, uno zainetto di Spider-Man sulle spalle, una mano adulta che sembra sorreggere il peso delle fatiche scolastiche: a un primo sguardo, l’immagine si offre come frammento di un tempo ordinario, perfettamente integrabile nella continuità del quotidiano. L’immagine potrebbe iscriversi nel repertorio del visibile abituale, quello dell’infanzia, del dopo-scuola, della routine.
Eppure, è proprio nell’o-sceno — letteralmente in ciò che resta fuori scena — che l’immagine diventa leggibile. Liam, 5 anni, è appena stato arrestato dall’Ice a Minneapolis e sta per essere trasferito in un centro di detenzione in Texas insieme al padre. Ecco che allora il gesto di cura si rovescia in gesto di contenimento; l’infrastruttura del quotidiano diventa infrastruttura del potere.
La rapida circolazione virale dell’immagine ne ha accelerato la trasformazione simbolica: da frammento di vita ordinaria a icona della violenza istituzionale esercitata sui corpi più vulnerabili. In questo senso, l’immagine funziona come lacerazione, capace di rendere visibile ciò che la catastrofe sistemica – e sistematica – tende a saturare e a rendere illeggibile. E, forse, è proprio quell’eccesso di normalità – il cappellino, lo zainetto di Spider-Man – ad attirare il nostro sguardo costringendolo a ri-posizionarsi. Così come la “maglietta rossa” di Alan Kurdi, il bambino curdo trovato senza vita sulla spiaggia di Bodrum nel 2015 e la cui immagine ri-mediata è diventata la rappresentazione della tragica sorte delle migliaia di migranti morti in mare, gli accessori di Liam sono diventati il segno della disparità di un potere sovrano – iper-celebrato dal regime mediatico di Trump e del suo essere immagine e potere – esercitato su cittadini indifesi.
Così, l’immagine di Liam scompagina “l’ordinaria amministrazione” della violenza per ricordarci che, anche nel cuore della catastrofe, qualcosa continua ostinatamente a farsi vedere — a patto che si sappia ancora guardare.
Simona Arillotta