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04/05/2026
Grande Martina Grusovin per le Lezioni di Canva!
10/03/2026

Grande Martina Grusovin per le Lezioni di Canva!

05/03/2026

La città di Napoli vive un antico scontro tra la moderna tecnologia e la storia sepolta. Durante i lavori per le nuove linee del metrò, le trivelle hanno trovato il colossale acquedotto romano del Serino rimasto attivo nel fango.

Il tunnel sotterraneo correva per circa 100 km sotto l'impero di Augusto. Oggi, a una quota di 25 metri, le acque fantasma sono riemerse con forza contro i binari. I tecnici gestiscono ora un flusso di 200 litri ogni secondo con costi di 500.000 euro.

Il genio idraulico dei latini sfida ancora le moderne pompe di ghisa. Questo scontro tra epoche diverse blocca i cantieri e svela una Napoli del tutto ignota.

I treni veloci devono ora convivere con i fiumi del passato. La memoria di Roma resta viva e potente sotto il suolo della metropoli campana per sempre.

24/12/2025
24/12/2025
19/12/2025

A otto anni le tagliarono i capelli e le proibirono di parlare la sua lingua madre.
A vent’anni usò le loro parole per denunciare la loro crudeltà.
A trentasette anni trasformò un rituale proibito in un’opera.

Zitkala-Ša nacque nel 1876, nella riserva Yankton Sioux, in un mondo in cui l’identità passava attraverso la voce degli anziani, i canti e i gesti quotidiani. Da bambina sapeva chi era. Fu la scuola dei bianchi a insegnarle cosa significasse perderlo.

Quando venne mandata in un collegio missionario, il primo atto fu simbolico e definitivo: le tagliarono i capelli. Per la sua cultura era un segno di lutto e umiliazione. Le imposero un nome inglese, le vietarono di parlare la sua lingua, le insegnarono a vergognarsi di ciò che era stata fino a quel momento. L’educazione non aveva lo scopo di istruirla, ma di cancellarla.

Zitkala-Ša, però, imparò. Imparò perfettamente. Studiò musica, scrittura, retorica. Capì che la lingua degli oppressori poteva diventare un’arma. Da giovane donna iniziò a scrivere saggi e racconti autobiografici in cui descriveva senza sconti la violenza dell’assimilazione forzata. Non chiedeva pietà: mostrava i fatti. E proprio per questo disturbava.

Negli anni successivi divenne una delle voci più lucide e scomode dei nativi americani. Denunciò le scuole di rieducazione, l’ipocrisia del progresso, la distruzione sistematica delle culture indigene. Lottò per i diritti civili, per il riconoscimento legale dei nativi come cittadini, per la difesa della loro autonomia culturale.

Nel 1913 collaborò alla creazione di un’opera lirica ispirata a un rituale Sioux, un atto radicale in un’epoca in cui quei rituali erano proibiti per legge. Portò su un palcoscenico occidentale ciò che lo Stato cercava di far sparire. Non come folklore, ma come identità viva.

Zitkala-Ša morì nel 1938. Non vide la fine delle battaglie che aveva iniziato. Ma lasciò qualcosa di più duraturo: la prova che si può sopravvivere alla cancellazione e restituirle un nome.

La sua vita fu una resistenza continua. Silenziosa, ostinata, irreversibile.

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