15/08/2025
Ben prima dell’istituzione delle Feriae Augusti, avvenuta nel 18 a.C. ad opera dell’imperatore Ottaviano Augusto come periodo di riposo e festeggiamenti nell'antica Roma, il Ferragosto era una ricorrenza dedicata al culto della Dea Diana: i tre giorni delle Idi di agosto, dal 13 al 15 del mese, avevano il nome di Nemoralia. Ce li descrive il poeta latino Ovidio nell'opera “I Fasti” (9 d.C.), dedicata alle festività romane: si trattava di una festa di antichissima tradizione che si svolgeva in quei boschi delle campagne romane ritenuti sacri “sin dalla notte dei tempi”. Ogni anno i Nemoralia si svolgevano nei pressi del lago di Nemi (il termine Nemus significa proprio selva e Diana era la dea dei boschi): una lunga processione traversava la via sacra sino al tempio dedicato a Diana Nemorense che veniva adornato, assieme agli alberi - sacri alla Dea -, con corone di fiori, nastri e fiocchi, tavolette d’argilla con incisi voti e preghiere, piccole statue raffiguranti la divinità . Si accendevano ceri nei pressi del lago, dove di notte si specchiava la luna piena, simbolo di Diana, considerata una divinità lunare. Per allontanare le tenebre e celebrate l’eterno ciclo di morte e resurrezione.
Il mito di Diana è anche legato al suo duplice volto, al contrasto tra le sue tenebre e la sua luce che ricorda la mutevolezza lunare tra luce e ombra: Dea della purezza e divinità vendicativa*, rappresenta tutte le molteplici sfaccettature del femminile. Incarnava lo splendore virgineo e anche la provocazione sensuale: per la sua essenza contraddittoria era odiata dai cristiani e avversata dai teologi. Diana incarnava l’opposto della Madonna, era una vergine guerriera che puniva chi peccava di hybris. La natura intoccabile della Dea racchiudeva, peraltro, anche il suo segreto: la si considerava una divinità ctonia, che muore e risorge, come la luna. Il 13 agosto, infatti, secondo gli antichi, Diana moriva e rinasceva.
In seguito la tradizione cristiana avrebbe soppiantato la sua festività con la celebrazione di un’altra vergine che, a differenza di Diana, è anche madre e assurge al cielo.
Ovidio, in un passo dei Fasti divenuto celebre, descrisse in questi termini le celebrazioni dei Nemoralia in onore di Diana:
“Nella valle Arriciana,
c’è un lago circondato da foreste ombrose,
ritenute sacre da una religione fin da tempi antichi...
Su un lungo recinto siepe appesi pezzi di fili tessuti, e iscrizioni assieme aggraziatamente posti qual doni alla Dea.
Spesso una donna le cui preghiere sono state ascoltate da Diana,
con una corona di fiori a coprire il capo,
cammina da Roma portando una torcia accesa..
Lì un ruscello fluisce gorgogliando dal suo letto roccioso...”
*Diana abitava le selve boschive in compagnia delle sue fedeli ninfe, armata di arco e faretra, i soli doni da lei richiesti al padre Zeus. Dea della caccia, divinità armata, era nota nel mondo classico anche per le sue violente ire: è proprio lei a sterminare le figlie di Niobe, secondo il racconto offerto da Ovidio nelle Metamorfosi, per vendicare la madre. La sua proverbiale ira, nel mito greco, si rivolse anche contro Agamennone - costringendolo al sacrificio della figlia Ifigenia - e contro Meleagro, figlio del re di Eneo di Calidone; ma non solo, molti dipinti ritraggono la vicenda di Atteone, il cacciatore trasformato in cervo dalla Dea - perché osò spiarla mentre faceva il bagno nuda in una fonte - e infine sbranato dai cani. Di questa cruenta vicenda, il mito di Diana e Atteone, troviamo molteplici raffigurazioni nella storia dell’arte, dal Parmigianino a Tiziano.
L’unico amore della Dea di cui abbiamo testimonianza è quello per il pastore Endimione, di cui Diana si incanta ad ammirare il volto, distogliendosi dalla caccia. Leggenda narra che Endimione accettò di essere addormentato in un sonno eterno, pur di continuare a godere della carezza della luna. La storia è raffigurata nel dipinto del Guercino, Diana cacciatrice (1658), che vede la dea distratta mentre guarda di lato verso il giovane addormentato.