Cultura ispano - napoletana

Cultura ispano - napoletana La cultura ispano - napoletana testimonia un legame tra due civiltà ancora esistente.
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STRATEGIE POPOLARI PER FRONTEGGIARE IL CALDOLa calura estiva veniva affrontata dal popolo napoletano differentemente dal...
22/08/2026

STRATEGIE POPOLARI PER FRONTEGGIARE IL CALDO

La calura estiva veniva affrontata dal popolo napoletano differentemente dalla corte e dalla nobiltà.
Preziosa testimonianza è il diario di viaggio del 1632, del francese Jean-Jacques Bouchard che descrive il borgo marinaro di Chiaia, oggi elegante quartiere della città, come un microcosmo indipendente.
Gli abitanti si difendono dall' afa estiva in modo singolare :

"Durante le quattro o cinque ore più calde del giorno i ragazzi di Chiaia non facevano altro che nuotare e sguazzare nell' acqua, ... Questi ragazzi vanno tutta l' estate nudi, ... senza vergogna... Cosicché a Chiaia si vede più gente nuda che vestita, ... principalmente quelli che non sono sposati, dormono per l' intera estate alla marina, su di una stuoia che stendono sulla sabbia, e indossando un pastrano da pescatore; qualcuno dorme in mare nelle barche; e mi dicevano di farlo per salute e per evitare le pulci e le cimici, di cui Napoli è orribilmente infestata tutta l' estate."

LEANDRO FERNANDÉZ DE MORATÍN A NAPOLI  Il grande commediografo e poeta spagnolo Leandro Fernández de Moratín soggiornò a...
21/08/2026

LEANDRO FERNANDÉZ DE MORATÍN A NAPOLI

Il grande commediografo e poeta spagnolo Leandro Fernández de Moratín soggiornò a Napoli tra la fine dell'ottobre del 1793 e il 5 marzo 1794 nel corso del suo celebre viaggio in Italia. L'esperienza napoletana è ampiamente documentata nei suoi diari e nelle sue lettere del Viaje de Italia.
Descrisse la città come una metropoli vivace e affollata, ammirandone il paesaggio, usi e costumi.
Al suo grande amico Juan Antonio Melón scrisse lettere dettagliate anche sui luoghi limitrofi da lui visitati, descrivendo con precisione geometrica e poetica le bellezze di Portici e l'area dei Campi Flegrei.
In quanto commediografo e uomo di teatro, Moratín dedica molte righe allo studio del popolo. Nelle lettere descrive i napoletani come persone chiacchierone e di ingegno sottile.
Moratín strinse a Napoli la profonda e duratura amicizia con il letterato Pietro Napoli-Signorelli. Questo rapporto epistolare e di stima reciproca continuerà per oltre vent'anni, portando anche alla traduzione in italiano di diverse commedie di Moratín.
Napoli-Signorelli fu il principale promotore e diffusore del teatro illuminista e neoclassico (ilustrado) di Moratín in Italia.
Napoli-Signorelli aveva vissuto a lungo a Madrid, dove era diventato amico intimo sia del padre di Leandro (Nicolás Fernández de Moratín) che dello stesso Leandro.

(tratto da : https://lazzaronapoletano.it/2014/12/18/leandro-fernandez-de-moratin/ ; https://idus.us.es/server/api/core/bitstreams/aa9e84b4-038e-490b-8a98-0991a10765cb/content)

Delle portantine e carrozze napoletane, esposte al Museo di Capodimonte, ne parla anche Leandro Fernández de Moratín, a ...
21/08/2026

Delle portantine e carrozze napoletane, esposte al Museo di Capodimonte, ne parla anche Leandro Fernández de Moratín, a Napoli nel 1793-94.🪭

TRACCE ODIERNE A NAPOLI DELL' ANTICO COMMERCIO DELLA NEVEIl commercio della neve ha dato origine a due espressioni napol...
18/08/2026

TRACCE ODIERNE A NAPOLI DELL' ANTICO COMMERCIO DELLA NEVE

Il commercio della neve ha dato origine a due espressioni napoletane ancora oggi in uso.
"Te piace 'o vino cu 'a neve" ( "Ti piace il vino con la neve"), si dice ad una persona che ama il lusso e i piaceri ottenuti senza sforzo, sfruttando il lavoro degli altri.
Bere il vino fresco, addizionato con scaglie di neve pura, era un lusso esclusivo riservato ai nobili o ai ricchi che potevano permettersi di pagare questa faticosa catena di montaggio.
Il trasporto della neve era un lavoro massacrante e rischioso, i trasportatori dovevano fare in fretta prima che il carico si sciogliesse, da qui nasce anche il detto "tené 'a neve dint'a sacca", per chi va di fretta.
Due modi di dire che hanno almeno 300 o 400 anni di storia, nati nelle corti e nelle piazze di una Napoli barocca e borbonica.
Le modalità di trasporto della neve andarono modificandosi verso la fine dell'Ottocento, con l'arrivo delle prime fabbriche di ghiaccio artificiale e della corrente elettrica.
Tracce di questo passato si trovano anche nella toponomastica. Il "vico neve a Materdei" ricorda che in questa zona la neve veniva conservata in profondi ipogei o locali interrati tipici di questa zona, per poi essere distribuita in tutta la città.

(tratto da :
https://saporevisivo.altervista.org/il-vino-con-la-neve-esiste-davvero/)

18/08/2026
Un riconoscimento per la cultura ispano-napoletana.Grazie alla giuria di Officina Mediterranea - Festival Internazionale...
15/08/2026

Un riconoscimento per la cultura ispano-napoletana.
Grazie alla giuria di Officina Mediterranea - Festival Internazionale III Edizione - 2026 🪭

LA NEVE PER CONTRASTARE IL CALDO NEL REGNO DI NAPOLI  Nel Regno di Napoli, dal Cinquecento all' Ottocento, il contrasto ...
14/08/2026

LA NEVE PER CONTRASTARE IL CALDO NEL REGNO DI NAPOLI

Nel Regno di Napoli, dal Cinquecento all' Ottocento, il contrasto alla calura estiva si basava su un'efficiente e redditizia industria del ghiaccio naturale e della neve, raccolta durante l'inverno sui rilievi dell'Appennino e stipata in profonde fosse o strutture in pietra isolate con paglia e foglie, chiamate neviere. Il Monte Faito e il Vesuvio erano i principali "freezer" naturali della capitale. A testimonianza di ciò, a Napoli esiste ancora oggi Vico Neve a Materdei, luogo dove sorgevano grandi cavità di stoccaggio.
Il trasporto dalle montagne alla costa avveniva di notte su carri veloci.
Fondamentale asse viario, la Regia Strada delle Puglie, era il fulcro dei collegamenti nel Regno di Napoli. Lungo i suoi percorsi furono costruite numerose fosse destinate alla conservazione della neve ed apposite costruzioni dette neviere
Grazie alla massiccia disponibilità di ghiaccio, Napoli divenne nel Settecento la capitale indiscussa dell'arte sorbettiera.
La neve fua anche insostituibile strumento di cura degli ammalati per queste ragioni, i nevaioli dettero origine ad un vasto rapporto col sacro che, tra i secoli XV e XVIII, si sviluppò nel culto della Madonna della Neve.
Questo ed molto altro è ricostruito nel volume “Le Vie della Neve nel Regno di Napoli. Il commercio della neve e le condizioni della popolazione dell’Appennino centro-meridionale dal Cinquecento in poi” di Antonio Guerriero.

( tratto da : https://www.pontelandolfonews.com/cultura/il-commercio-della-neve-nel-regno-di-napoli/)

IL VICERÉ E LE TERME PUTEOLANELa terra vulcanica dei Campi Flegrei è fertile e ricca di acque termali le cui proprietà b...
02/08/2026

IL VICERÉ E LE TERME PUTEOLANE

La terra vulcanica dei Campi Flegrei è fertile e ricca di acque termali le cui proprietà benefiche sono ampiamente riconosciute fin dell' antichità.
L' eruzione del Monte Nuovo fece scomparire le fonti di Tripergole, ridisegnando l'orografia del territorio costiero prossimo a Baia. Le esalazioni naturali del sottosuolo vulcanico cominciarono ad essere guardate ora con scetticismo e sospetto.
Iniziò un periodo di decadenza della pratica termale.
Verso il 1666, il viceré spagnolo don Pedro Antonio de Aragona tentò di localizzare e di rilanciare le terme flegree, avvalendosi dei preziosi servigi di un professore dell' Università di Napoli, il medico irpino Sebastiano Bartolo.
Grazie ad un' appassionata opera di ricerca, condotta sui testi e, successivamente, con sopralluoghi diretti,
tredici bagni di cui s' era conservata la memoria divennero una quarantina, con ventiquattro presenze nel solo territorio puteolano.
Nel 1667 il Bartolo diede alle stampe il Breve ragguaglio de' Bagni di Pozzuolo, seguito nel 1679 da un' opera postuma, la Thermologia Aragonia, ma il frutto più evidente delle sue indagini fu messo sotto gli occhi di tutti per mezzo di tre epitaffi latini che, per ordine del viceré don Pedro de Aragona, furono collocati nel 1668 in tre punti di frequente passaggio, allo scopo di informare i viaggiatori diretti a Pozzuoli delle virtù terapeutiche delle sorgenti esistenti lungo il percorso.
La prima lapide fu murata in un'edicola all'ingresso della Crypta Neapolitana visibile a Mergellina, nell'area del Parco Virgiliano; la seconda, a Pozzuoli, fu collocata in origine a piazza Marino Boffa, allora denominata largo Malva, oggi sotto Porta Napoli; il terzo epitaffio, scomparso da lungo tempo, fu posto all'uscita della galleria sp****la che traversava la collina di Tritoli, sulla punta che oggi si chiama ancora
"dell'Epitaffio", a Baia.
Questo fervore di iniziative non approdò a nulla, i bagni non decollarono e tornò a gravare una cappa di
silenzio per quasi cento anni.

(tratto da : https://bradisismoflegreo.wordpress.com/wp-content/uploads/2013/03/la-natura-e-luomo.pdf)

NAPOLETANI MANGIA FOGLIE ... E GLI ALTRI ?Era consuetudine dell'epoca barocca che i popoli fossero identificati nelle lo...
28/07/2026

NAPOLETANI MANGIA FOGLIE ... E GLI ALTRI ?

Era consuetudine dell'epoca barocca che i popoli fossero identificati nelle loro abitudini alimentari, per necessità spesso monotematiche. Gli scrittori non perdevano occasione per canzonare
i protagonisti delle loro opere. Così i napoletani
erano i mangiafoglie (anche cacafoglie), i fiorentini i cacafagioli, i lombardi i mangiarape, gli emiliani i mangiamarroni e gli spagnoli i mangiaravanelli.
Nell'opera dei poeti e degli scrittori napoletani, però, l'intonazione ironica cede il passo a un sentimento di appassionata partecipazione, che descrive il consumo della foglia non più come un incontrovertibile destino, ma come un vero e proprio
oggetto del desiderio.
La foglia è la “calamita”
che richiama Giulio Cesare Cortese durante il
suo viaggio nel paese delle muse dove:

Commo io vidde ch’avea quarche tornese
Pigliaie de caudo, e me venette voglia,
bello tornaremmenne a lo paiese,
che ’mpenzarence schitto avea gran doglia;
havea n ’fastidio già le bone spese
io, che era usato schitto a carne e foglia;
o foglia doce, o foglia saporita,
de nuie autro rechiammo e calamita!

È ancora la foglia che lo stesso autore, in
Micco Passaro ‘nnammurato (1621), esalta quale discriminante dell'identità stessa della città:
..Napole mio, dica chi voglia,
non si’ Napole cchiù, si non aie foglia.

( tratto da :https://porthos.it/wp-content/uploads/2012/12/Cucina_Napoletana.pdf )

I NAPOLETANI DA MANGIA FOGLIA  A MANGIAMACCHERONIL' alimentazione, dall'antichità fino all’alto Medioevo, era basata sop...
27/07/2026

I NAPOLETANI DA MANGIA FOGLIA A MANGIAMACCHERONI

L' alimentazione, dall'antichità fino all’alto Medioevo, era basata soprattutto su carni e cereali. A Napoli, fino al 1600, il territorio metropolitano era ricco di orti, i terreni vulcanici, leggeri, facilmente lavorabili e ricchissimi di elementi nutritivo, erano irrorati da corsi d’acqua brevi ma numerosi e ben distribuiti.
Poeti e scrittori napoletani dell' epoca descrivono la propensione al consumo della foglia, cioè il gruppo di piante che comprende cavoli, broccoli e simili.
Il piatto che incarna plasticamente l' idea dei napoletani come mangiafoglie è la minestra maritata.
Il secolo XVII è per Napoli e per l’Europa un’epoca di profondi mutamenti, diventa la più grande città italiana. Nella regione del Mediterraneo solo l'agglomerato urbano di Costantinopoli è più popoloso.
Il Seicento è anche il secolo in cui l' intera Europa è attanagliata da una profonda crisi per : i lunghi e numerosi conflitti, il brusco abbassamento delle temperature (la piccola glaciazione), il calo delle rese agricole e la crisi industriale.
Uno dei segni più evidenti è la forte contrazione dei consumi di carne.
L'evoluzione urbanistica sottrasse ingenti superfici agli orti urbani.
La pasta, che aveva origini nella Magna Grecia di Sicilia, inizia a sfamare i napoletani a partire dall' invenzione del torchio meccanico, denominato a Napoli emblematicamente ‘o ‘ngegno – l’ingegno – la cui introduzione si fa risalire al terzo decennio del secolo XVII. Questa tesi trova conferma nella "Laude de li Maccarune" del 1646 di Filippo Sgruttendio de Scafato, pseudonimo di Giuseppe Storace d'Afflitto.
A soddisfare il fabbisogno della metropoli in continua crescita contribuiscono sempre più altri centri di produzione, quali Torre Annunziata, Portici, Resina, Gragnano, Amalfi, alcuni dei quali resteranno centrali anche nei secoli seguenti.
Nel Settecento, la trasformazione dei napoletani da mangiafoglia a mangiamaccheroni è compiuta.

( tratto da : https://www.lucianopignataro.it/a/da-mangiafoglie-a-mangiamaccheroni/217614/ )

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Naples

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