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L’ultimo numero è disponibile qui https://lalternativazine.wordpress.com/la-fanzine/

E con questo siamo arrivati al numero 7 🙂 trovi qui la versione web lalternativazine.wordpress.com/la-fanzine/Una nuova ...
07/05/2026

E con questo siamo arrivati al numero 7 🙂 trovi qui la versione web lalternativazine.wordpress.com/la-fanzine/

Una nuova uscita su carta, nata a cavallo tra il 25 aprile e il primo maggio, due date che parlano di libertà, diritti e partecipazione, ma che quest’anno si sono intrecciate anche con immagini molto diverse: mezzi militari trasformati in attrazioni da piazza, iniziative dell’esercito raccontate come intrattenimento e una narrazione sempre più insistente che prova a rendere la guerra qualcosa di normale, inevitabile, quasi familiare.

Non è un caso che tutto questo succeda proprio mentre L’Aquila è Capitale Italiana della Cultura 2026. Anche per questo ci siamo chiestə: che idea di cultura stiamo costruendo? E quale immaginario stiamo lasciando alle nuove generazioni?

La militarizzazione ormai attraversa gli spazi pubblici, il linguaggio politico e perfino l’immaginario culturale. E mentre tutto questo avanza, cresce anche il rischio di abituarsi. Di considerare normali scenari che fino a pochi anni fa avrebbero generato indignazione.

Dentro questo numero continuiamo a fare quello che proviamo a fare da più di un anno: osservare il presente senza semplificarlo, intrecciare cultura e conflitto, e costruire uno spazio indipendente dove le parole non siano solo contenuti usa e getta persi nello scroll infinito.

Disponibile in formato cartaceo e web, ma lo sapete già: noi continuiamo a preferire la carta. Quella che si piega nelle tasche, si lascia sui tavoli e passa di mano in mano come una piccola scintilla fotocopiata.

L’AQUILA: CAPITALE DELLA CULTURA O DELLA CULTURA DELLA GUERRA?Oggi è l’ultimo giorno del “Villaggio Esercito” a L’Aquila...
05/05/2026

L’AQUILA: CAPITALE DELLA CULTURA O DELLA CULTURA DELLA GUERRA?

Oggi è l’ultimo giorno del “Villaggio Esercito” a L’Aquila.
Piazze e strade piene di mezzi, divise, simulatori di guerra.

In un momento storico pieno di tensioni globali, vedere mezzi militari messi nelle strade
a mo’ di intrattenimento sembra un’aberrazione.

E invece succede: l’esercito diventa una presenza normale, una cosa tra le altre, come lo street food.
Ed è proprio questo il punto: non è casuale, è una strategia culturale.

E allora il cortocircuito è evidente: L’Aquila è Capitale Italiana della Cultura.
La cultura dovrebbe essere incontro, crescita, confronto. Non presenza militare resa pop.
Se la cultura dovrebbe costruire ponti, qui ci stiamo abituando ad altro: forza, deterrenza, controllo.

E allora la domanda è semplice: che immaginario stiamo costruendo?

Una città che ha conosciuto la perdita e la ricostruzione poteva raccontare altro.
Poteva spingere su solidarietà, convivenza, modi diversi di stare nei conflitti. Invece no.

Se un mezzo d’attacco diventa un’attrazione, se un bambino ci sale sopra come su un’altalena, non è solo curiosità.
È un cambio di prospettiva. La forza diventa spettacolo. La guerra perde peso. E quando perde peso, diventa più facile accettarla.

Intanto lo spazio per una lettura critica si restringe. L’educazione alla pace resta ai margini, quando non sparisce proprio.
E mentre aumentano le spese militari, viene da chiedersi cosa resta indietro: scuola, università, salute, territori.

Per cinque giorni a L’Aquila la guerra non si è vista. Ma era ovunque. E quando qualcosa diventa normale,
non serve convincere. Basta abituare.

IL PRIMO ANNIVERSARIO DEL TERREMOTO DEL 6 APRILE 2009 SENZA LA FIACCOLATAQuest’anno i parenti delle vittime hanno deciso...
01/04/2026

IL PRIMO ANNIVERSARIO DEL TERREMOTO DEL 6 APRILE 2009 SENZA LA FIACCOLATA

Quest’anno i parenti delle vittime hanno deciso così e, tra le altre cose, hanno organizzato un’iniziativa sulla Commissione Grandi Rischi, che esattamente 17 anni fa si riunì all’Aquila, ed è stato un nuovo ritrovarsi.

Quello di una comunità solidale che ha una storia lunga, che parte da quel maledetto 6 aprile che ha spezzato la vita e che nel dolore ripone la sua forza più rara.

I familiari delle vittime, le loro associazioni e i loro comitati, ne portano in prima persona il peso, ma con loro un pezzo di città non ha mai smesso di camminare, sostenendoli e provando ad identificarcisi. Senza ipocrisie e senza bisogno di retoriche e riflettori.

Un legame tra lotta e dolore che instaurammo naturalmente nelle prime mobilitazioni del 2009, quando già a luglio si fece la prima, enorme, fiaccolata.

Da una parte la spettacolarizzazione surreale del G8, dall’altra il silenzio squarciato dalle urla di chi chiede ancora oggi verità e giustizia.

Dopo 17 anni quello squarcio tra messa in scena e realtà è ancora aperto, in particolare dentro la sua ferita più profonda: lo scellerato messaggio di rassicurazione mandato tramite quella Commissione Grandi Rischi che fu solo un’“operazione mediatica”, così definita dalle stesse parole di Bertolaso. Una comunicazione del rischio al contrario, che invitava a stare sereni, prevedendo di fatto un non terremoto e veicolando il messaggio nefasto e ascientifico, che più scosse di entità media ci fossero, più si sarebbe evitata quella grande.
Forse, sul piano del rischio e della prevenzione, l’ultimo fatale bias culturale di tali proporzioni a cui è andato incontro lo Stato italiano, mai ammesso, ma che in realtà dopo L’Aquila si è ridotto e aggiornato.

Mai però siamo riusciti a far uscire davvero questa crudele verità fuori dal cratere 2009, dove ci hanno accusato di voler processare la scienza chiedendole di prevedere i terremoti.

Eppure la perseveranza di chi chiede giustizia e il tempo che piano piano si fa storia, forse un giorno chiariranno, una volta per tutte, che se non fosse stato per quell’operazione mediatica, se si fosse fatta un’attenta valutazione del rischio e si fossero messe in campo le dovute precauzioni, molte vite si sarebbero potute salvare, come giustamente constatò in primo grado il giudice Billi.

Nelle aule di tribunale è arrivato solo un pezzetto di verità, con la condanna, dopo il secondo grado, dell’allora vice capo della Protezione Civile De Bernardinis, mentre le posizioni del mandante dell’operazione mediatica e degli esperti che hanno preferito tacere di fronte alla messa in scena, sono state archiviate.

Se quella partita giudiziaria ormai è andata così, molto si può ancora fare fuori dalle aule di tribunale.

Mi viene in mente lo spettacolo “Il racconto del Vajont” di Marco Paolini.
La commissione grandi rischi ‘meriterebbe’ la stessa rappresentazione di teatro civile, che parli direttamente alla gente e alla storia, utilizzando gli stralci dei processi e delle varie dichiarazioni, e ricostruendo in maniera comprensibile a tutti una storia complessa, facendo parlare tutto l’intricato marasma di eventi, dichiarazioni e atti.

Sarebbe un bel colpo svelare una rappresentazione mediatica con un’altra rappresentazione mediatica.

Forse l’unico modo per farlo.

🖊️📷 Alessandro Tettamanti

È uscito il numero 6 della fanzine L’Alternativa.Un numero speciale, che segna un anno di edizioni su carta: un anno di ...
06/03/2026

È uscito il numero 6 della fanzine L’Alternativa.

Un numero speciale, che segna un anno di edizioni su carta: un anno di fotocopie, tempo lento e tentativi di raccontare la realtà che ci circonda, lontano dai ritmi frenetici dei social.

Ma se per noi questo anniversario è un piccolo traguardo, il contesto nazionale lascia ben poco da festeggiare. Il clima che attraversiamo è fatto di sgomberi, piazze sotto attacco e narrazioni che trasformano il dissenso in un problema di ordine pubblico.

Dentro questo scenario proviamo a tenere insieme più piani: capire quello che succede, raccontare i conflitti, reali e interiori, e continuare a costruire spazi di parola e di cultura indipendente.

Una fanzine che nasce dal bisogno di non accontentarsi delle versioni facili della realtà e di praticare un’idea di cultura non decorativa, non addomesticata, ma viva, condivisa e accessibile a tuttə.

Disponibile in formato cartaceo e web (la trovi qui lalternativazine.wordpress.com/la-fanzine/), ma lo sapete: la carta resta la nostra scelta.
Se avete posti dove portarla, scriveteci in DM.

👉 Nella seconda slide trovate dove trovarla e i contenuti del numero.

L'AQUILA CAPITALE DELLA CULTURA O DELLA PROPAGANDA?Nel programma ufficiale di L'Aquila 2026 è stata inserita la presenta...
02/03/2026

L'AQUILA CAPITALE DELLA CULTURA O DELLA PROPAGANDA?

Nel programma ufficiale di L'Aquila 2026 è stata inserita la presentazione di un libro edito da Altaforte (la casa editrice legata a CasaPound). Un testo che strumentalizza la violenza sulle donne per diffondere odio razziale, ignorando volutamente una realtà drammatica: oltre il 90% dei femminicidi avviene in ambito familiare o affettivo.

Non è un errore, ma una scelta politica. Tra premi dedicati a figure del regime fascista e concerti sulla musica del Ventennio, si sta trasformando un'occasione culturale in una vetrina identitaria.

Nel 2019 questa stessa amministrazione chiudeva le porte a Zerocalcare in nome di una città "nobile, aristocratica e plurale"; oggi le spalanca all'editoria neofascista.

Le istituzioni non possono essere la cassa di risonanza per la propaganda e l'odio. La cultura o è plurale, o non è cultura.

25/02/2026

Gipsy Rufina live a : l'anima nomade del folk è passata da Piazza Duomo

Ventidue anni di carriera da one-man band, migliaia di concerti e chilometri macinati dalle navi del Sud Pacifico ai palchi del leggendario Muddy Roots in Tennessee.

Nel video di Sara Bulma riviviamo l'energia grezza e folk-blues di una tappa del suo lunghissimo tour, ad accompagnarlo sul palco, oltre alla fedele chitarra, banjo e armonica, ci sono i brani del suo ultimo disco "Mason Type III". Un album figlio di un viaggio senza fine e... di una frattura multipla al gomito! Tra ballate nostalgiche, bluegrass e il "dirty blues" graffiante e urlato di brani come Screws in my Bone, Gipsy ci ha ricordato che la vera musica nasce da chi la vita la prende a morsi, cadendo e rialzandosi ogni volta.

24/02/2026

Secondo giro di giostra dall'URBAN DISASTER VOL. 1! Se il 14 febbraio eravate a Casematte sapete già di cosa parliamo: una serata clamorosa messa in piedi dal Collettivo SonaForte per un San Valentino veramente alternativo.

Stavolta vi portiamo in Toscana, precisamente a Firenze, con i MONOS. Questo power trio attivo dal 2017 si è addentrato nella giungla del rock'n'roll per produrre sonorità "primitive per orecchie deliranti". Un mix esplosivo di garage, rockabilly e punk pronto a farvi consumare le suole delle scarpe.

Nel video girato da trovate un assaggio della loro attitudine sul palco.

🎥
📍

21/02/2026

A una settimana precisa dall'evento pubblichiamo il primo video dell'URBAN DISASTER VOL. 1 organizzata a CaseMatte dal Collettivo SonaForte il 14 febbraio per un San Valentino veramente alternativo.

Gli arrivano dalla provincia di Ancona e, anche se si sono formati da poco (nel 2023), sanno esattamente come farti ballare alla grande. Partiti dall'amore viscerale per il punk di fine anni '70, hanno sporcato il loro suono con lo spirito selvaggio del caro vecchio rock'n'roll e qualche sfumatura garage.

Attitudine autentica, testi in inglese e un sound crudo. Tra l'altro, hanno appena sfornato la loro prima registrazione con 6 brani inediti: cd-r, copertine serigrafate in due colori e inserto con testi.
100 copie numerate. Lo trovate ai loro live e da 🔥

🎥 Sara Bulma
📍 CaseMatte L'Aquila

🤘

19/02/2026

L’Inno all’Inettitudine: Matteo Di Genova demolisce la telecronaca Rai di Milano-Cortina 2026

Se credevate che l'Inno di Mameli fosse intoccabile, non avete ancora sentito questa versione. Matteo Di Genova — attore, fuoriclasse del poetry slam, già finalista europeo capace di portare i suoi versi sui palchi di tutta Italia — ha deciso di dire la sua, ed è micidiale.

Il bersaglio è quella "indimenticabile" telecronaca del servizio pubblico durante la cerimonia delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Sfruttando la melodia di "La Solitudine" (e non solo), Di Genova mette in fila tutte le perle regalate in diretta dal direttore Paolo Petrecca: dalla confusione totale su Matilda De Angelis scambiata per una cantante R&B, alla matematica creativa sugli atleti del Kazakistan, fino ai soliti cliché sul "ritmo nel sangue" dei brasiliani e alla fuga disperata di un rassegnato Mattarella.

Con un ritornello-tormentone che punta il dito contro "l'inettitudine" e si chiede apertamente chi decida certe nomine in Rai, Di Genova regala un pezzo di bravura assoluta in cui la poesia performativa diventa il megafono perfetto per l'indignazione collettiva, unendo tecnica vocale, comicità pungente e spietata critica sociale.

E la ciliegina sulla torta arriva proprio oggi: confermando che l'indignazione era quantomeno condivisa, dopo giorni di scioperi durissimi da parte dei giornalisti Rai, Petrecca ha ufficialmente rassegnato le dimissioni.

🎥 Video di , girato allo spazio sociale CaseMatte durante una serata di raccolta fondi per il calcio popolare dello United L'Aquila.

08/02/2026

Ieri, 7 febbraio, si è tenuto l’evento conclusivo di Anywave 2.0 dal titolo “Oltre l’onda. Navigare tra aspettative e creatività”, con la partecipazione di Murubutu nel talk Letteraturap. Nel testo che segue abbiamo cercato di sintetizzare i passaggi più interessanti emersi durante l’incontro.

Nel video trovate invece un piccolo reperto di Sara Bulma: un’esibizione di Murubutu di dodici anni fa, all’ex asilo occupato, citata anche nel corso del talk.

Il rap, dice Murubutu, è una forma di scrittura che ha trovato una base musicale su cui camminare. Come ogni lingua giovane viene spesso accusata di essere solo rumore o intrattenimento: un allievo capace che non studia. Il problema non è quando il rap diverte, ma quando smette di dire qualcosa, pur potendo dire molto.

Ed è nelle classi che questa potenza si rivela. Quando gli studenti portano i loro brani – spesso Trap – offrono mappe emotive di una generazione che parla di solitudine, frustrazione e bolle virtuali. Attraverso la musica si riesce così a dare forma a un disagio che di solito resta implicito.

Le parole, però, hanno un peso. Possono incantare, ma anche ferire o normalizzare modelli tossici. Qui entra in gioco la responsabilità: la libertà artistica non cancella le conseguenze, soprattutto quando chi ascolta è molto giovane. La risposta non può essere la censura. Serve piuttosto insegnare a leggere: educazione ai social ed educazione all’affettività, alfabeti nuovi per tempi confusi.

C’è poi la politica, che qualcuno vorrebbe tenere fuori dalla musica. Ma il rap nasce come linguaggio di chi spazio non ne aveva. Vive di contrasti: nato ai margini, oggi domina il mercato e flirta con il mainstream. È semplice nella forma, ma può diventare ricco nei contenuti. Non è il mezzo a fare la differenza, ma l’uso che se ne fa.

E mentre il mercato corre veloce imponendo brani brevi e consumo rapido, spinto da piattaforme che macinano canzoni e artisti in pochi minuti, l’arte prova a resistere. C’è ancora chi sceglie la “direzione ostinata e contraria” e usa il rap come strumento di pensiero, preferendo il racconto allo slogan. E in un mondo che corre, c’è ancora chi ha voglia di ascoltare davvero.

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L’Aquila
L'Aquila
67100

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