01/04/2026
IL PRIMO ANNIVERSARIO DEL TERREMOTO DEL 6 APRILE 2009 SENZA LA FIACCOLATA
Quest’anno i parenti delle vittime hanno deciso così e, tra le altre cose, hanno organizzato un’iniziativa sulla Commissione Grandi Rischi, che esattamente 17 anni fa si riunì all’Aquila, ed è stato un nuovo ritrovarsi.
Quello di una comunità solidale che ha una storia lunga, che parte da quel maledetto 6 aprile che ha spezzato la vita e che nel dolore ripone la sua forza più rara.
I familiari delle vittime, le loro associazioni e i loro comitati, ne portano in prima persona il peso, ma con loro un pezzo di città non ha mai smesso di camminare, sostenendoli e provando ad identificarcisi. Senza ipocrisie e senza bisogno di retoriche e riflettori.
Un legame tra lotta e dolore che instaurammo naturalmente nelle prime mobilitazioni del 2009, quando già a luglio si fece la prima, enorme, fiaccolata.
Da una parte la spettacolarizzazione surreale del G8, dall’altra il silenzio squarciato dalle urla di chi chiede ancora oggi verità e giustizia.
Dopo 17 anni quello squarcio tra messa in scena e realtà è ancora aperto, in particolare dentro la sua ferita più profonda: lo scellerato messaggio di rassicurazione mandato tramite quella Commissione Grandi Rischi che fu solo un’“operazione mediatica”, così definita dalle stesse parole di Bertolaso. Una comunicazione del rischio al contrario, che invitava a stare sereni, prevedendo di fatto un non terremoto e veicolando il messaggio nefasto e ascientifico, che più scosse di entità media ci fossero, più si sarebbe evitata quella grande.
Forse, sul piano del rischio e della prevenzione, l’ultimo fatale bias culturale di tali proporzioni a cui è andato incontro lo Stato italiano, mai ammesso, ma che in realtà dopo L’Aquila si è ridotto e aggiornato.
Mai però siamo riusciti a far uscire davvero questa crudele verità fuori dal cratere 2009, dove ci hanno accusato di voler processare la scienza chiedendole di prevedere i terremoti.
Eppure la perseveranza di chi chiede giustizia e il tempo che piano piano si fa storia, forse un giorno chiariranno, una volta per tutte, che se non fosse stato per quell’operazione mediatica, se si fosse fatta un’attenta valutazione del rischio e si fossero messe in campo le dovute precauzioni, molte vite si sarebbero potute salvare, come giustamente constatò in primo grado il giudice Billi.
Nelle aule di tribunale è arrivato solo un pezzetto di verità, con la condanna, dopo il secondo grado, dell’allora vice capo della Protezione Civile De Bernardinis, mentre le posizioni del mandante dell’operazione mediatica e degli esperti che hanno preferito tacere di fronte alla messa in scena, sono state archiviate.
Se quella partita giudiziaria ormai è andata così, molto si può ancora fare fuori dalle aule di tribunale.
Mi viene in mente lo spettacolo “Il racconto del Vajont” di Marco Paolini.
La commissione grandi rischi ‘meriterebbe’ la stessa rappresentazione di teatro civile, che parli direttamente alla gente e alla storia, utilizzando gli stralci dei processi e delle varie dichiarazioni, e ricostruendo in maniera comprensibile a tutti una storia complessa, facendo parlare tutto l’intricato marasma di eventi, dichiarazioni e atti.
Sarebbe un bel colpo svelare una rappresentazione mediatica con un’altra rappresentazione mediatica.
Forse l’unico modo per farlo.
🖊️📷 Alessandro Tettamanti