20/08/2026
IL MORRONE TRA DUE FUOCHI
(l'immagine è realizzata tramite intelligenza artificiale)
Ermeneutica di una coincidenza: il Fuoco del Perdono, l’incendio e il paesaggio come contesto simbolico
Una riflessione secondo il metodo di L’Aquila Esoterica™
Premessa metodologica. Interpretare non significa inventare, né stabilire causalità
Esiste una differenza fondamentale tra attribuire arbitrariamente un significato agli eventi e interrogarsi sul significato che essi assumono all’interno di un determinato orizzonte storico, culturale e simbolico. È precisamente entro questa distinzione che si colloca il metodo di L’Aquila Esoterica™. La lettura proposta non pretende di individuare relazioni causali occulte tra fenomeni naturali ed eventi rituali, non sostituisce la ricostruzione storica, scientifica o cronachistica dei fatti e, soprattutto, non intende trasformare una coincidenza in una prova. Il suo punto di partenza è ermeneutico: prima vengono i fatti e la loro verifica; soltanto dopo può cominciare l’interrogazione sul significato.
Questa precedenza metodologica non costituisce una cautela formale, ma un principio sostanziale. Se una lettura simbolica necessita di alterare la cronologia di un avvenimento per acquistare forza, quella lettura è già metodologicamente compromessa. Per tale ragione occorre correggere immediatamente la formulazione più suggestiva, ma storicamente inesatta, dalla quale potrebbe nascere questa riflessione: l’incendio del Morrone non scoppiò il 16 agosto 2026 nel momento in cui veniva acceso il Fuoco del Morrone. Le fonti documentano che il vasto rogo era divampato il 9 agosto e che nei giorni successivi aveva continuato a interessare il massiccio, ampliandosi e riattivandosi in funzione delle condizioni meteorologiche.[1] Il 16 agosto, dunque, non si verificarono due accensioni simultanee. Accadde qualcosa di più preciso e, dal punto di vista ermeneutico, forse persino più significativo: mentre un fuoco reale continuava a bruciare e veniva combattuto, un altro fuoco, rituale, intenzionalmente acceso e accuratamente custodito, iniziava il proprio cammino verso L’Aquila.
La distinzione è decisiva. L’Aquila Esoterica™, se vuole proporsi come metodo di lettura simbolica capace di dialogare con la storia e con la filosofia, deve assumere come propria prima disciplina il limite imposto dal dato. L’interpretazione comincia dove termina la falsificazione del fatto, non dove questa viene autorizzata dall’efficacia di una suggestione. Una corrispondenza simbolica non acquista maggiore dignità se le si attribuisce una causalità inesistente; al contrario, diviene filosoficamente più interessante quando può essere interrogata pur rinunciando a qualsiasi artificio causale.
Sorge immediatamente un’obiezione: se non esiste alcun rapporto causale fra l’incendio e l’accensione rituale, per quale ragione accostare i due eventi? Non si rischia di costruire artificialmente una connessione che esiste soltanto nella mente dell’interprete? L’obiezione è seria e deve essere accolta prima ancora di tentare una risposta. Essa riguarda infatti il problema stesso dell’interpretazione.
L’essere umano non incontra mai il mondo nella forma di una successione completamente neutra di oggetti e avvenimenti. Ogni esperienza viene compresa all’interno di un orizzonte precedente di linguaggio, memoria, storia, tradizione, aspettative e possibilità di significazione. Nella riflessione di Martin Heidegger, e in particolare nel §32 di Sein und Zeit, l’interpretazione non nasce da una coscienza assolutamente vuota che osserva una realtà già completamente costituita: ogni interpretazione si innesta in una struttura preliminare della comprensione, in una precomprensione che orienta ciò che può apparire come significativo.[2] Il cosiddetto “circolo ermeneutico”, lungi dal costituire semplicemente un errore logico, designa allora una struttura costitutiva del comprendere: incontriamo la parte a partire da una comprensione del tutto e, nello stesso tempo, la comprensione del tutto viene continuamente modificata dall’incontro con le parti.
Hans-Georg Gadamer sviluppa radicalmente questa intuizione in Wahrheit und Methode. La comprensione è storicamente situata, mediata dal linguaggio e dalla tradizione; l’interprete non si colloca fuori dalla storia per osservarla come un oggetto perfettamente estraneo, ma vi appartiene.[3] Ciò non equivale, tuttavia, a sostenere che qualsiasi interpretazione abbia lo stesso valore. L’ermeneutica non autorizza a far dire alle cose ciò che desideriamo. Al contrario, proprio perché riconosce il carattere situato della comprensione, impone all’interprete di sottoporre continuamente le proprie anticipazioni al confronto con ciò che intende comprendere. Il circolo non legittima l’arbitrio: descrive la responsabilità dell’interpretare.
Da questa prospettiva può essere formulato uno dei principi metodologici di L’Aquila Esoterica™: interpretiamo un evento a partire dal contesto nel quale esso accade, ma quel contesto diviene per noi significativo attraverso gli atti interpretativi con cui lo abitiamo. Non significa che il pensiero produca materialmente gli avvenimenti. Significa che la spiegazione causale di un fatto e la sua significazione culturale appartengono a piani diversi, entrambi legittimi purché non vengano confusi.
Un incendio è anzitutto un incendio. Possiede cause fisiche, ambientali e, quando siano accertate dagli organismi competenti, eventualmente umane. La loro determinazione appartiene alla scienza, alle autorità, alla Protezione civile e, se necessario, all’indagine giudiziaria. Un’ermeneutica filosofica non dispone degli strumenti né dell’autorità per sostituirsi a questi ambiti. Ma lo stesso incendio può contemporaneamente diventare, per gli esseri umani che lo vivono, esperienza della vulnerabilità, del limite, della perdita, della dismisura e della trasformazione. Il fatto materiale non viene cancellato dalla sua significazione, così come la significazione non può sostituire il fatto materiale.
Ernst Cassirer offre, sotto questo profilo, un ulteriore riferimento decisivo. L’essere umano non abita soltanto un universo fisico: costruisce e attraversa un universo simbolico, costituito dal linguaggio, dal mito, dall’arte, dalla religione, dalla storia e dalle altre forme attraverso le quali l’esperienza acquista configurazione intelligibile.[4] Questa prospettiva non richiede di attribuire una coscienza alla natura. Richiede soltanto di riconoscere che l’uomo non si limita a registrare stimoli: organizza l’esperienza attraverso forme di significato. Il simbolo, pertanto, non è necessariamente una decorazione aggiunta successivamente alla realtà; è una delle modalità fondamentali attraverso le quali l’esperienza umana diviene comprensibile.
È entro questa cornice che il Morrone del 16 agosto 2026 può essere interrogato. Non perché “l’Universo abbia provocato” un incendio per inviare un messaggio. Non perché una fiaccola abbia misteriosamente richiamato un altro fuoco. Non perché la montagna abbia volontariamente parlato. Ma perché noi siamo esseri che abitano il mondo attraverso il significato, e alcuni accostamenti fra eventi, quando sono storicamente reali, possono aprire domande che nessuno dei singoli fatti, preso isolatamente, avrebbe posto nella stessa maniera.
Il dato storico e documentario: che cosa è realmente accaduto
La verifica cronologica consente di stabilire alcuni punti sufficientemente solidi. Il vasto incendio del Morrone precede il 16 agosto. Il 13 agosto ANSA riferiva che l’incendio, divampato il 9 agosto, si stava estendendo dal massiccio verso l’area di Roccacasale, con le fiamme spinte dal vento e dalle elevate temperature in direzione di Corfinio e Popoli Terme. Le operazioni di spegnimento coinvolgevano volontari della Protezione civile, Vigili del fuoco, personale dell’Esercito e mezzi aerei.[5]
Il 16 agosto l’emergenza era tutt’altro che conclusa. Le cronache di quella giornata documentano più fronti ancora attivi in Abruzzo, seri problemi nelle operazioni di spegnimento e avarie che avevano interessato parte dei mezzi aerei previsti. Sul Morrone, in particolare, il vento tornò a imprimere forza al rogo nel settore di Roccacasale, spingendolo verso Corfinio.[6]
Nello stesso giorno prendeva ufficialmente avvio la quarantasettesima edizione del Fuoco del Morrone – Il Cammino del Perdono. Poco dopo il tramonto, presso l’Eremo di Sant’Onofrio al Morrone, veniva accesa la fiamma destinata a percorrere in otto giorni eremi, borghi e comunità per raggiungere L’Aquila il 23 agosto, in occasione dell’apertura della 732ª Perdonanza Celestiniana.[7] Anche il Comune dell’Aquila aveva precedentemente indicato nel periodo compreso fra il 16 e il 23 agosto lo svolgimento del Cammino.[8]
La formulazione storicamente corretta è dunque precisa: non fu il giorno dell’incendio e dell’accensione della fiaccola; fu il giorno in cui l’accensione rituale avvenne mentre l’incendio, iniziato giorni prima, continuava drammaticamente a bruciare nello stesso sistema territoriale e simbolico.
Vi è inoltre un elemento che rende particolarmente significativo l’accostamento e sottrae la riflessione all’accusa di essere una mera associazione costruita a posteriori. L’incendio non rimase semplicemente uno scenario remoto: modificò materialmente il rito. La cronaca del 17 agosto documenta che la discesa dall’Eremo di Sant’Onofrio avvenne con una piccola lanterna nella quale la fiamma era custodita, una sola fiaccola tradizionale e numerose minitorce elettriche. La cerimonia fu ridotta per ragioni di sicurezza e in considerazione dei concomitanti incendi nella Valle Peligna.[9]
Questo dato possiede un valore metodologico particolare. La relazione fra i due fuochi non è soltanto un prodotto della nostra interpretazione: il fuoco che doveva essere spento ha concretamente trasformato il modo in cui il fuoco che doveva essere custodito poteva essere portato. Il reale ha già messo in relazione, sul piano pratico, i due fenomeni prima ancora che la filosofia tentasse di interpretarli.
Il Morrone, Pietro e il fuoco nella struttura della Perdonanza
Il luogo nel quale tutto questo accade non è intercambiabile. È il Morrone. Per comprenderne il significato è necessario evitare tanto la banalizzazione turistica quanto la sovrainterpretazione esoterica. Il rapporto fra Pietro del Morrone e questo territorio appartiene alla storia documentata.
Pietro fu chiamato “del Morrone” dal monte presso Sulmona nel quale visse a lungo come eremita. Eletto papa nel 1294 con il nome di Celestino V, fu incoronato nella basilica di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila. Fra gli atti del suo breve pontificato figura la cosiddetta Bolla del Perdono, legata alla medesima basilica e alla tradizione che costituisce il nucleo storico della Perdonanza Celestiniana.[10]
È altrettanto importante stabilire che il Fuoco del Morrone non costituisce una decorazione contemporanea estranea alla struttura riconosciuta della celebrazione. Nel 2019 la Celestinian forgiveness celebration è stata iscritta nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO, con Nomination File n. 01276 e Decisione 14.COM 10.b.19. La documentazione UNESCO descrive espressamente il Forgiveness Walk come un cammino che si apre con l’accensione del Fire of Morrone e con la sua discesa accompagnata dalla processione; il percorso attraversa numerose località e culmina all’Aquila.[11] Nella medesima documentazione la celebrazione viene associata a valori comunitari quali ospitalità, solidarietà e pace, nonché alla trasmissione di un senso di continuità e identità collettiva.[12]
Il fuoco, dunque, non viene introdotto nel presente articolo perché conveniente all’interpretazione. È già interno alla grammatica rituale della Perdonanza. E proprio per questo l’incendio reale che attraversa il medesimo territorio durante il cammino rituale non può non produrre, almeno per l’interprete, un contrasto di straordinaria intensità.
Dalla coincidenza alla sincronicità: ciò che il concetto può dire e ciò che non può dimostrare
È soltanto a questo punto che diviene possibile introdurre il concetto di sincronicità, e occorre farlo con una cautela ancora maggiore. Il termine, entrato ormai nel linguaggio esoterico e persino quotidiano, viene spesso utilizzato per indicare genericamente qualsiasi coincidenza percepita come significativa. Nell’opera di Carl Gustav Jung la questione è più complessa.
La formulazione matura compare nel saggio Synchronicity: An Acausal Connecting Principle, pubblicato originariamente nel 1952 e successivamente compreso nell’ottavo volume delle Collected Works. Jung tenta di pensare alcune coincidenze significative senza ridurle al consueto rapporto lineare fra causa ed effetto.[13] Nel suo stesso testo il significato costituisce il criterio essenziale attraverso cui una coincidenza può essere percepita come sincronistica, ma Jung presenta la propria proposta come un’ipotesi teorica e non come una dimostrazione conclusiva capace di sostituire la spiegazione causale dei fenomeni naturali.[14]
Questa precisazione è indispensabile. Parlare di sincronicità nel caso del Morrone non significa sostenere che l’incendio sia stato prodotto dalla fiaccola, dalla Perdonanza, da Celestino V o da qualche forza invisibile. Non significa neppure affermare che il rogo fosse destinato ad accadere per trasmettere un contenuto. Nessuna fonte autorizza una simile affermazione e nessuna filosofia rigorosa ne avrebbe bisogno.
La categoria può essere utilizzata più sobriamente per descrivere l’esperienza di una coincidenza significativa fra eventi causalmente indipendenti, quando la loro prossimità temporale, spaziale e simbolica produce nell’interprete una particolare costellazione di senso. Il punto non è dire che qualcosa abbia “fatto accadere insieme” i due fuochi. Il punto è chiedersi che cosa accade alla nostra comprensione quando due manifestazioni opposte dello stesso elemento occupano contemporaneamente lo stesso paesaggio storico.
Una seconda obiezione è inevitabile: ciò che appare significativo a un soggetto o a una comunità non dimostra affatto di possedere un significato oggettivo nell’universo. È vero. La significatività ermeneutica non coincide con la dimostrazione metafisica. Un evento può essere culturalmente e filosoficamente eloquente senza essere stato predisposto da un’intelligenza cosmica affinché lo fosse. Il mondo non deve necessariamente “mandarci” qualcosa perché ciò che accade nel mondo possa metterci in condizione di pensare.
Qui passa una delle linee di demarcazione fra una forma dogmatica dell’esoterismo e un’ermeneutica simbolica criticamente sorvegliata. La prima corre il rischio di trasformare immediatamente l’analogia in prova; la seconda mantiene l’analogia nello spazio della domanda. La prima conclude: “è avvenuto per significare questo”. La seconda domanda: “poiché è avvenuto, che cosa diviene pensabile attraverso questa coincidenza?”.
Il simbolo e la sua irriducibilità: il fuoco come ambivalenza
Il fuoco costituisce uno degli elementi simbolicamente più densi della storia culturale umana proprio perché resiste a una riduzione univoca. Non è soltanto luce e non è soltanto distruzione. Riscalda e consuma, protegge e minaccia, rende possibile la trasformazione della materia e può contemporaneamente cancellarne la forma. La sua potenza simbolica nasce anche da questa irriducibile ambivalenza.
Una lettura esoterica superficiale potrebbe essere tentata di definire immediatamente ogni incendio come “purificazione”. Sarebbe una conclusione metodologicamente debole ed eticamente discutibile. Un incendio reale distrugge habitat, espone esseri umani e animali al rischio, mobilita risorse, uomini e mezzi, altera ecosistemi e paesaggi. Trasformare questa realtà in una consolatoria allegoria della purificazione significherebbe sottrarle consistenza proprio nel momento in cui pretendiamo di attribuirle un senso.
Qui può essere formulato un secondo principio del metodo di L’Aquila Esoterica™: il simbolo deve aggiungere profondità alla realtà, non sottrarle realtà. Interpretare non significa estetizzare la catastrofe. Significa riconoscere che, senza cessare di essere una catastrofe, essa può costringerci a interrogare categorie che appartengono alla nostra esperienza umana.
Cassirer consente nuovamente di comprendere perché il simbolo non sia un semplice doppione fantastico del reale. L’uomo organizza il proprio rapporto con il mondo attraverso sistemi simbolici che danno forma all’esperienza.[15] Non significa che tutte le costruzioni simboliche siano vere sul piano fattuale. Significa che linguaggio, mito, religione, arte e pensiero costituiscono modalità attraverso le quali la realtà diviene culturalmente intelligibile. Di conseguenza, non è necessario scegliere fra la materialità dell’incendio e il significato simbolico del fuoco: è necessario non confondere i due livelli.
I due fuochi: la custodia e la dismisura
Il 16 agosto 2026 il Morrone ospita così due fuochi radicalmente differenti. Il primo viene deliberatamente acceso, protetto, contenuto, trasportato e consegnato. Il secondo viene combattuto, circoscritto e, per quanto possibile, spento. Il primo deve sopravvivere; il secondo deve cessare. Il primo segue un percorso; il secondo infrange i percorsi. Il primo passa intenzionalmente da una mano all’altra; il secondo si propaga indipendentemente dalla volontà di coloro che lo osservano.
La contrapposizione non potrebbe essere più netta e tuttavia entrambi rimangono fuoco.
La piccola lanterna descritta dalle cronache diviene, involontariamente, un’immagine filosoficamente potentissima. Il Fuoco del Morrone sopravvive precisamente perché è custodito dentro un limite. La fiamma non viene lasciata libera affinché esprima pienamente la propria natura. Al contrario: può essere trasmessa proprio perché viene contenuta. Ha bisogno di un recipiente, di una mano, di una misura, di una direzione e di una comunità che se ne assuma la responsabilità.
L’incendio mostra il medesimo elemento nella condizione opposta: il fuoco che eccede il limite. Nel momento in cui non è più contenuto, ciò che poteva illuminare diviene ciò da cui occorre difendersi. L’energia non scompare; cambia la relazione fra energia e misura.
È forse qui che la coincidenza diventa filosoficamente più fertile. L’energia custodita può diventare rito; l’energia senza misura può diventare devastazione. Questa proposizione non pretende di spiegare l’incendio. Utilizza la contrapposizione fra i due fenomeni per interrogare una struttura più generale dell’esperienza.
Quante realtà individuali e collettive possiedono la stessa ambivalenza? Il dolore può essere attraversato, nominato ed elaborato oppure propagarsi. La memoria può diventare consapevolezza o trasformarsi in risentimento. La forza può diventare responsabilità o violenza. Il conflitto può trovare una forma nella parola oppure incendiare indefinitamente relazioni e generazioni. Persino una tradizione, quando viene custodita, resta viva; quando viene irrigidita e sottratta a ogni interrogazione, rischia di diventare cenere di se stessa.
La questione non è dunque scegliere fra il fuoco e il non-fuoco. È interrogare la forma della custodia.
Il perdono, la memoria e ciò che deve cessare di propagarsi
È precisamente in questo punto che il tema del fuoco incontra quello del perdono. Una comprensione filosoficamente seria del perdono non può identificarlo semplicemente con l’oblio, con l’assoluzione indiscriminata o con la cancellazione della responsabilità. In La mémoire, l’histoire, l’oubli, Paul Ricœur dedica al tema un lungo epilogo significativamente intitolato “Le pardon difficile”, collocando il perdono nell’orizzonte problematico che mette in relazione memoria, storia e oblio.[16]
Il termine “difficile” è qui filosoficamente essenziale. Il perdono autentico non è facile perché non coincide con la rimozione di ciò che è accaduto. Se il passato fosse semplicemente cancellabile, non vi sarebbe quasi nulla da perdonare. Il problema nasce precisamente perché ciò che è stato non può essere disfatto. Ciò che può modificarsi è il rapporto che il presente intrattiene con l’irrevocabilità dell’accaduto.
Il perdono può allora essere pensato, almeno in una prospettiva filosofica laica, come trasformazione del rapporto con il passato. Non cambia ciò che è accaduto; può cambiare il modo in cui ciò che è accaduto continua a operare. Non nega la ferita; interroga la possibilità che la ferita non debba costituire per sempre l’unico principio organizzatore del futuro. Non pretende necessariamente di dimenticare; cerca piuttosto di impedire che la memoria si trasformi in una riproduzione indefinita della distruzione.
Ed ecco che i due fuochi tornano a interrogarci con una forza inattesa. Il Fuoco del Perdono deve essere custodito affinché continui. Il fuoco dell’incendio deve essere fermato affinché non continui. Due movimenti opposti attraversano lo stesso territorio: continuità e interruzione.
Forse il problema del perdono può essere formulato proprio attraverso questa opposizione: che cosa deve continuare e che cosa deve finalmente smettere di propagarsi?
La memoria può continuare. La distruttività della memoria non necessariamente.
Il ricordo può essere custodito. Il risentimento non deve obbligatoriamente essere ereditato.
La consapevolezza della ferita può essere trasmessa. La ripetizione della ferita non deve per forza esserlo.
Il perdono, allora, non appare come un gesto con il quale si spegne ogni fuoco. Può essere piuttosto il difficile lavoro attraverso cui si distingue il fuoco che deve essere custodito da quello che non deve più propagarsi.
È qui che la metafora acquista una dimensione propriamente etica. Non ogni fuoco deve essere spento e non ogni fuoco deve essere alimentato. La sapienza consiste forse nel riconoscere la differenza.
Il paesaggio come testo: possibilità e limite della metafora
Rimane tuttavia una terza obiezione. Parlare del Morrone come di un “testo” o di uno “specchio ermeneutico” non significa forse antropomorfizzare la natura? Non significa attribuire a una montagna la capacità di parlare?
Il rischio esiste se la metafora viene trasformata in ontologia. Il metodo qui proposto non sostiene che il Morrone possieda necessariamente una coscienza, che abbia scelto di produrre un segno o che l’incendio costituisca un enunciato intenzionalmente rivolto a una comunità. Una montagna non deve essere trasformata in un oracolo affinché possa costituire un paesaggio culturalmente significativo.
Il Morrone è simultaneamente un’entità geografica ed ecologica, il luogo dell’esperienza eremitica di Pietro, uno spazio della memoria celestiniana, il punto d’origine di un cammino rituale e un territorio vissuto dalle comunità contemporanee. Queste stratificazioni non sostituiscono il monte fisico: costituiscono il modo storico attraverso cui gli esseri umani lo hanno incontrato, nominato e abitato.
È in questo senso, rigorosamente metaforico ed ermeneutico, che il paesaggio può essere letto come un testo. Non perché contenga frasi già scritte in attesa di essere decifrate, ma perché porta tracce, memorie, pratiche, trasformazioni, ferite e simbolizzazioni che entrano nel processo della comprensione.
Gadamer ha mostrato come la tradizione non sia una massa immobile di contenuti ricevuti dal passato, ma un processo nel quale il significato viene trasmesso, interrogato e nuovamente compreso nel presente.[17] Il Morrone, in questa prospettiva, non è semplicemente “dietro” di noi come passato. Continua a entrare nel presente attraverso i cammini, le celebrazioni, la memoria di Pietro, il paesaggio e persino attraverso eventi traumatici come l’incendio.
Possiamo allora formulare un altro principio: il mondo non deve parlare a noi perché noi possiamo pensare attraverso il mondo.
Questa frase segna una distanza decisiva dalla concezione ingenuamente oracolare del simbolo. L’Aquila Esoterica™ non ha bisogno di disseminare il territorio di messaggi segreti per riconoscerne la profondità. Può invece interrogare le stratificazioni documentabili nelle quali storia, mito, rito, memoria e presente entrano reciprocamente in tensione.
Dalla superstizione all’ermeneutica
A questo punto l’obiezione più radicale può essere formulata apertamente: tutto ciò non è comunque superstizione?
Lo sarebbe se sostenessimo che l’incendio è scoppiato perché doveva cominciare il Fuoco del Morrone. Lo sarebbe se affermassimo che Celestino V, la montagna o un’entità soprannaturale abbiano deliberatamente disposto i due eventi. Lo sarebbe se trasformassimo la coincidenza in una prova oggettiva dell’esistenza di un disegno invisibile.
Ma la cronologia stessa impedisce la prima affermazione: l’incendio precede di una settimana la cerimonia. Nessuna fonte autorizza le altre. Il nostro ragionamento non ha dunque bisogno di alcuna di esse.
Ciò che rimane, una volta eliminata ogni falsa causalità, è un fatto storicamente verificabile e simbolicamente straordinario: il 16 agosto 2026 una comunità ha acceso e custodito il Fuoco del Perdono nello stesso paesaggio nel quale un altro fuoco, reale e devastante, continuava a essere combattuto; e l’esistenza del secondo ha concretamente modificato le modalità di trasmissione del primo.[18]
La superstizione trasformerebbe tale coincidenza in una risposta: “è successo affinché significasse questo”.
L’ermeneutica procede diversamente: “è successo; che cosa ci permette di pensare?”.
La differenza non è terminologica. È epistemologica.
Nel primo caso l’interprete pretende di possedere un accesso privilegiato all’intenzione nascosta del mondo. Nel secondo riconosce i limiti della propria conoscenza e assume l’evento come occasione per interrogare categorie già appartenenti alla nostra tradizione filosofica e culturale: limite e dismisura, memoria e oblio, continuità e interruzione, responsabilità e perdita, custodia e distruzione, colpa e perdono.
Lo stesso concetto junghiano di sincronicità può conservare interesse soltanto se sottratto alla banalizzazione secondo cui ogni coincidenza sarebbe automaticamente “un segno”. Jung stesso, nella conclusione del proprio saggio, non presenta la propria costruzione come una dimostrazione definitiva.[19] Per il metodo qui proposto è sufficiente qualcosa di meno e, proprio per questo, di più difendibile: riconoscere che la coincidenza può divenire evento di significazione per l’interprete, senza trasformarsi in una legge causale della natura.
Il Morrone non offre una risposta: pone una domanda
Forse l’immagine filosoficamente più potente del 16 agosto 2026 non è dunque quella di una montagna che manda un messaggio, ma quella di una comunità costretta a confrontarsi, nello stesso tempo e nello stesso luogo, con due modalità opposte della medesima forza.
Un fuoco deve essere protetto perché non muoia.
L’altro deve essere spento perché non distrugga.
Una piccola fiamma viene custodita in una lanterna.
Un vasto incendio viene combattuto con uomini, mezzi terrestri e mezzi aerei.
Il rito chiede continuità.
L’emergenza chiede interruzione.
La memoria domanda di essere trasmessa.
La devastazione domanda di essere arrestata.
In questa polarità è possibile intravedere qualcosa che oltrepassa il singolo evento senza pretendere di spiegarlo. Ogni esistenza individuale e collettiva conosce energie che devono essere custodite e altre che devono trovare un limite. Conosce memorie che meritano di essere tramandate e modalità distruttive del ricordare che non dovrebbero diventare eredità. Conosce ferite che non possono essere negate e, nello stesso tempo, il problema di non permettere che quelle ferite divengano il principio permanente attraverso cui viene costruito il futuro.
Che cosa significa allora custodire correttamente un fuoco?
Che cosa merita, nella nostra storia, di essere portato da una mano all’altra?
Che cosa, invece, deve finalmente smettere di propagarsi?
Quali incendi del passato continuiamo ad alimentare proprio mentre pronunciamo la parola perdono?
Può esserci riconciliazione senza attraversare ciò che ha bruciato?
Il perdono coincide con lo spegnimento oppure consiste nel trasformare il nostro rapporto con una forza che, non custodita, continuerebbe a consumare?
E ancora: quale parte della memoria deve diventare fiaccola e quale parte deve cessare di essere incendio?
Non è necessario chiudere queste domande con una risposta. Anzi, una delle responsabilità dell’ermeneutica consiste proprio nel resistere alla tentazione di concludere troppo presto. Il simbolo non è necessariamente un codice cifrato dietro il quale si nasconde un significato unico già stabilito. Può essere uno spazio nel quale significati differenti entrano in relazione e ci obbligano a pensare nuovamente ciò che credevamo di avere già compreso.
Il 16 agosto 2026 sul Morrone vi erano realmente due fuochi. Non erano nati insieme. Non erano causalmente collegati. Non provano l’esistenza di alcun disegno soprannaturale. Ma appartenevano, in quel momento, allo stesso orizzonte storico, geografico e umano. E la loro compresenza fu così concreta che il fuoco devastante impose una nuova misura al fuoco rituale: meno fiamme, una lanterna, una sola fiaccola, maggiore custodia.
Forse è proprio qui che la coincidenza raggiunge la sua espressione più intensa.
Il fuoco che doveva vivere fu protetto dal limite.
Il fuoco che oltrepassava il limite doveva essere spento.
Fra questi due gesti — custodire e spegnere — si apre uno spazio sorprendentemente vasto per pensare la condizione umana.
È lo spazio della misura.
È lo spazio della memoria.
È lo spazio della responsabilità.
È, forse, anche lo spazio del perdono.
Ed è precisamente in questo luogo intermedio — non nella pretesa di decifrare messaggi occulti, ma nella disponibilità a interrogare ciò che storia, simbolo e presente fanno emergere insieme — che può situarsi il lavoro ermeneutico di L’Aquila Esoterica™.
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Note
[1] ANSA, “Incendio sul Morrone, da Roccacasale le fiamme arrivano fino a Popoli”, 13 agosto 2026. La cronaca indica il 9 agosto come data d’inizio del rogo e documenta l’estensione successiva del fronte, favorita dal vento e dalle elevate temperature.
[2] M. Heidegger, Sein und Zeit, Halle a.d.S., Max Niemeyer, 1927, §32, in particolare l’analisi della struttura anticipatrice dell’interpretazione (Vorhabe, Vorsicht, Vorgriff) e del circolo della comprensione. Cfr. anche T. George, “Hermeneutics”, Stanford Encyclopedia of Philosophy, per l’inquadramento storico-filosofico della svolta heideggeriana dell’ermeneutica.
[3] H.-G. Gadamer, Wahrheit und Methode. Grundzüge einer philosophischen Hermeneutik, Tübingen, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), 1960; cfr. inoltre J. Malpas, “Hans-Georg Gadamer”, Stanford Encyclopedia of Philosophy, e R. J. Dostal (a cura di), The Cambridge Companion to Gadamer, 2ª ed., Cambridge, Cambridge University Press, 2021.
[4] E. Cassirer, An Essay on Man. An Introduction to a Philosophy of Human Culture, New Haven, Yale University Press, 1944; Id., The Philosophy of Symbolic Forms, 3 voll., trad. ingl. R. Manheim, New Haven, Yale University Press, 1953-1957. La concezione dell’uomo come essere costitutivamente simbolico permette di distinguere la mediazione culturale della realtà dalla pretesa che il simbolo costituisca una spiegazione fisico-causale dei fenomeni.
[5] ANSA, “Incendio sul Morrone, da Roccacasale le fiamme arrivano fino a Popoli”, 13 agosto 2026.
[6] ANSA, “Incendi in Abruzzo, più fronti aperti, allestiti presidi notturni”, 16 agosto 2026; cfr. anche ANSA, “Il Fuoco del Perdono è partito con una sola fiaccola”, 17 agosto 2026, che riferisce come, poche ore prima della partenza della fiaccola, il vento avesse nuovamente rafforzato il rogo sul versante di Roccacasale.
[7] ANSA, “Dal Morrone all’Aquila, al via il 47/o Fuoco del Perdono”, 16 agosto 2026. La fonte documenta l’accensione prevista poco dopo il tramonto presso l’Eremo di Sant’Onofrio e l’arrivo all’Aquila il 23 agosto.
[8] Comune dell’Aquila, “Perdonanza Celestiniana 732: torna il Fuoco del Morrone, il Cammino del Perdono attraversa il territorio nell’anno dell’Aquila Capitale italiana della Cultura”, comunicazione istituzionale, 6 agosto 2026.
[9] ANSA, “Il Fuoco del Perdono è partito con una sola fiaccola”, 17 agosto 2026. La cronaca riferisce l’impiego di una piccola lanterna, di una sola fiaccola tradizionale e di minitorce elettriche, nonché il ridimensionamento della cerimonia per ragioni di sicurezza e per rispetto dell’emergenza incendi nella Valle Peligna.
[10] Istituto della Enciclopedia Italiana, “Celestino V, santo”, in Dizionario di Storia, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2010. La voce documenta il legame di Pietro con il Morrone, l’elezione del 1294, l’incoronazione a Santa Maria di Collemaggio e la Bolla del Perdono.
[11] UNESCO, Celestinian forgiveness celebration, Representative List of the Intangible Cultural Heritage of Humanity, Nomination File n. 01276, iscrizione 2019, Decision 14.COM 10.b.19. La documentazione ufficiale descrive il Forgiveness Walk come aperto dall’accensione del Fire of Morrone e dalla successiva discesa processionale.
[12] Ibid. La scheda UNESCO richiama, fra i valori associati alla celebrazione, l’ospitalità, la solidarietà e la pace e sottolinea la funzione dell’elemento nella trasmissione di continuità e identità culturale.
[13] C. G. Jung, “Synchronicity: An Acausal Connecting Principle”, originariamente pubblicato nel 1952; successivamente in The Collected Works of C. G. Jung, vol. 8, The Structure and Dynamics of the Psyche, trad. ingl. R. F. C. Hull, Princeton, Princeton University Press. Cfr. anche l’edizione separata: C. G. Jung, Synchronicity: An Acausal Connecting Principle, con prefazione di S. Shamdasani, Princeton, Princeton University Press, ed. riv., 2010.
[14] C. G. Jung, Synchronicity: An Acausal Connecting Principle, cit., in particolare “Forerunners of the Idea of Synchronicity” e “Conclusion”. Jung lega la nozione alla coincidenza significativa e, nella conclusione, presenta le proprie formulazioni come ipotesi tratte dal materiale esaminato, non come dimostrazione conclusiva.
[15] E. Cassirer, An Essay on Man, cit.; Id., The Philosophy of Symbolic Forms, cit. Per Cassirer linguaggio, mito, religione, arte e scienza costituiscono differenti modalità simboliche attraverso le quali l’esperienza umana acquista forma e intelligibilità.
[16] P. Ricœur, La mémoire, l’histoire, l’oubli, Paris, Éditions du Seuil, 2000, Epilogo, “Le pardon difficile”; trad. ingl. Memory, History, Forgetting, trad. K. Blamey e D. Pellauer, Chicago-London, University of Chicago Press, 2004. Il perdono viene collocato nell’orizzonte problematico che unisce memoria, storia e oblio, senza essere ridotto alla semplice cancellazione del passato.
[17] H.-G. Gadamer, Wahrheit und Methode, cit., soprattutto la parte dedicata alla storicità della comprensione, alla tradizione e alla Wirkungsgeschichte, la “storia degli effetti”.
[18] ANSA, “Il Fuoco del Perdono è partito con una sola fiaccola”, 17 agosto 2026. È questo elemento documentario a rendere particolarmente rilevante la compresenza dei due eventi: l’emergenza incendi determinò concretamente una modificazione delle modalità della cerimonia.
[19] C. G. Jung, Synchronicity: An Acausal Connecting Principle, cit., “Conclusion”.
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Bibliografia
Cassirer, Ernst, An Essay on Man. An Introduction to a Philosophy of Human Culture, New Haven, Yale University Press, 1944.
Cassirer, Ernst, The Philosophy of Symbolic Forms, 3 voll., trad. ingl. Ralph Manheim, New Haven, Yale University Press, 1953-1957.
Dostal, Robert J. (a cura di), The Cambridge Companion to Gadamer, 2ª ed., Cambridge, Cambridge University Press, 2021.
Gadamer, Hans-Georg, Wahrheit und Methode. Grundzüge einer philosophischen Hermeneutik, Tübingen, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), 1960.
George, Theodore, “Hermeneutics”, in Stanford Encyclopedia of Philosophy, Stanford University, voce accademica di riferimento sull’evoluzione storica e filosofica dell’ermeneutica.
Grondin, Jean, “Gadamer’s Basic Understanding of Understanding”, in Robert J. Dostal (a cura di), The Cambridge Companion to Gadamer, 2ª ed., Cambridge, Cambridge University Press, 2021, pp. 44-61, DOI 10.1017/9781108907385.003.
Heidegger, Martin, Sein und Zeit, Halle a.d.S., Max Niemeyer, 1927, in particolare §32.
Jung, Carl Gustav, “Synchronicity: An Acausal Connecting Principle”, in The Collected Works of C. G. Jung, vol. 8, The Structure and Dynamics of the Psyche, trad. ingl. R. F. C. Hull, Princeton, Princeton University Press.
Jung, Carl Gustav, Synchronicity: An Acausal Connecting Principle, prefazione di Sonu Shamdasani, trad. R. F. C. Hull, edizione riveduta, Princeton, Princeton University Press, 2010.
Malpas, Jeff, “Hans-Georg Gadamer”, in Stanford Encyclopedia of Philosophy, Stanford University.
Ricœur, Paul, La mémoire, l’histoire, l’oubli, Paris, Éditions du Seuil, 2000.
Ricœur, Paul, Memory, History, Forgetting, trad. Kathleen Blamey e David Pellauer, Chicago-London, University of Chicago Press, 2004.
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Fonti storiche, istituzionali e documentarie
ANSA, “Perdonanza, il Cammino del Perdono apre la 732/a edizione”, 6 agosto 2026.
ANSA, “Incendio sul Morrone, da Roccacasale le fiamme arrivano fino a Popoli”, 13 agosto 2026.
ANSA, “Dal Morrone all’Aquila, al via il 47/o Fuoco del Perdono”, 16 agosto 2026.
ANSA, “Incendi in Abruzzo, più fronti aperti, allestiti presidi notturni”, 16 agosto 2026.
ANSA, “Il Fuoco del Perdono è partito con una sola fiaccola”, 17 agosto 2026.
Comune dell’Aquila, “Perdonanza Celestiniana 732: torna il Fuoco del Morrone, il Cammino del Perdono attraversa il territorio nell’anno dell’Aquila Capitale italiana della Cultura”, comunicazione istituzionale, 6 agosto 2026.
Istituto della Enciclopedia Italiana, “Celestino V, santo”, in Dizionario di Storia, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2010.
UNESCO, Celestinian forgiveness celebration, Representative List of the Intangible Cultural Heritage of Humanity, Nomination File n. 01276, iscrizione 2019, Decision 14.COM 10.b.19.
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Nota metodologica finale sulle fonti
Le fonti cronachistiche sono state impiegate esclusivamente per la ricostruzione degli eventi dell’agosto 2026 e sono state confrontate, ove possibile, con comunicazioni istituzionali. Le fonti UNESCO e Treccani sono state utilizzate per la ricostruzione storico-culturale della Perdonanza e della figura di Celestino V. Le opere di Heidegger, Gadamer, Cassirer, Jung e Ricœur costituiscono invece il quadro teorico dell’interpretazione. Nessuna delle fonti storiche o cronachistiche viene utilizzata per dimostrare una relazione causale o soprannaturale fra l’incendio e il Fuoco del Morrone; tale relazione non è sostenuta dal presente contributo. La coincidenza viene assunta esclusivamente quale oggetto di interrogazione ermeneutica e simbolica.
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