06/03/2026
C’è stato un tempo, tra gli anni ’40 e ’50, in cui la scuola non era una priorità come lo è oggi.
Arrivare alla quinta elementare era già un traguardo. Poi, quasi subito, si iniziava a lavorare nei campi. Servivano braccia, energia, presenza: uomini e donne, tutti contribuivano alle mansioni quotidiane e al sostentamento della famiglia. 🌾
Solo le famiglie più benestanti potevano permettersi di far studiare i figli più a lungo. Per questo, lettere e documenti venivano scritti e letti da quei pochi che avevano continuato gli studi dopo i dieci anni.
Erano tempi diversi: meno soldi, meno calcoli, meno matematica nella vita di tutti i giorni. Non perché mancasse la voglia di studiare, ma perché l’educazione dell’epoca rispondeva ad altre necessità. La priorità era aiutare la famiglia, contribuire al lavoro, crescere in fretta.
I maestri erano spesso molto preparati, anche se talvolta utilizzavano metodi oggi impensabili. Qualcuno ricorda ancora “su cannizzu”, la lunga bacchetta che dalla cattedra poteva arrivare fino all’ultimo banco.
C’era un solo libro per tutte le materie: il sussidiario. E nelle vecchie scuole di paese — sopra l’attuale ambulatorio in Via Nazionale — le classi erano affollate, spesso tre volte più numerose di quelle di oggi. Niente sezioni, niente divisioni: tutti insieme, nello stesso spazio, con la stessa voglia di imparare. 📚
Storie di scuola, di lavoro e di vita quotidiana che raccontano un pezzo della nostra memoria collettiva