I RADIOFIERA sono una rock-band veneta geneticamente e artisticamente legata al territorio, presente da quasi trent’anni nel panorama musicale indipendente italiano, con 6 album e centinaia di concerti in tutto il territorio nazionale, Europa e Cuba. Fin dal loro esordio (1992) i RADIOFIERA si sono distinti grazie a un linguaggio artistico inedito per quei tempi, composto di un fluido impasto tra
musica rock e dialetto veneto: un mix del tutto naturale per il frontman Ricky Bizzarro, che considera primari nella sua vita entrambi gli elementi: “La mia lingua madre, cioè la prima lingua che ho imparato, è quella che noi chiamiamo dialetto, così come la prima musica che ha attirato la mia attenzione è stata il rock. Una commistione che da subito ha attirato l’attenzione degli addetti ai lavori e delle major discografiche, al punto di portare i Radiofiera a firmare un contratto nel 1997 con la multinazionale Sony/Columbia, grazie soprattutto al successo di “Piòva” (Pioggia), brano che l'autorevole M.E.I. di Faenza ha posizionato al 7° posto nella classifica delle 100 canzoni dialettali più belle uscite in Italia negli ultimi vent’anni. Con “Atinpùri”, per la prima volta nella loro carriera, i RADIOFIERA decidono di inserire in un disco tutti brani cantati in dialetto e di scegliere un produttore esterno al gruppo: Giorgio Canali (CCCP, CSI, PGR). Lo stesso connubio si ripeterà nel 2021, per l'album "DE CHI SITU TI?". "Il dialetto (veneto n.d.r.) è una lingua che non si scrive, come afferma lo scrittore Luigi Meneghello nel suo libro “Libera nos a Malo”, fatta di puri suoni che evocano immagini e situazioni". “Atinpùri” e "DE CHI SITU TI?" sono quindi puro suono: lessicale e strumentale. Una mescolanza volatile di fonemi e timbri rock densa di visioni e significati.
“La colonna sonora che ha accompagnato le vicissitudini della mia generazione è stata perlopiù composta da musica rock cantata in inglese. All’epoca, nonostante ben pochi di noi riuscissero a capire le parole delle canzoni, eravamo tutti mossi da quei ritmi e da quei suoni. Immaginavamo i testi basandoci semplicemente sulla comprensione di una o due parole al massimo. Credo che lo stesso possa valere per le nostre canzoni. Alcuni capiranno le parole altri solo il lessico del rock. Ha sempre funzionato così. Purtroppo o per fortuna, come succede per le cose davvero preziose di questo mondo, questo tipo di esperienza non è a disposizione di tutti: bisogna possedere un’anima cromata, un cuore bulimico e un fegato tatuato per poter muoversi liberamente nei territori del rock’n’roll.”