03/09/2026
A quaranta metri la luce non arriva più, si arrende. Diventa solo un ricordo verde, lassù. E in quel blu che sembra nero, ho visto muoversi una cosa che non nuotava. Respirava con tutto il mare.
Era lui.
Un polpo grande quanto un pensiero antico. Non era mimetizzato sulla roccia. Era la roccia che aveva imparato a mimetizzarsi da lui.
Mi sono fermato. Lui mi ha guardato. E non intendo con gli occhi.
Il polpo ha un modo di guardarti che ti fa sentire trasparente. Non vede il tuo corpo, vede quanto sei profondo dentro. Io in quel momento ero poco profondo, ero pieno d’aria, di fretta, di superficie.
Allora ha fatto una cosa che non dimenticherò mai.
Ha allungato un tentacolo, lentamente, non verso di me, ma verso l’acqua tra me e lui. E l’acqua ha cambiato colore. Prima un grigio perla, poi un viola di tempesta, poi un rosso sangue, poi un bianco d’osso. Tutte le sfumature che un essere può avere quando ha paura, quando ama, quando mente, quando muore.
Mi stava mostrando la sua biblioteca.
Ho capito allora che il polpo non cambia colore per nascondersi dai predatori. Cambia colore perché non riesce a trattenere quello che sente. È troppo sensibile per avere un solo colore. Deve indossare tutte le sue emozioni, una dopo l’altra, altrimenti esplode.
È rimasto così per un tempo che sott’acqua non si può misurare. Poi ha liberato una piccola nuvola d’inchiostro. Non per scappare. Era un regalo. Una piccola notte perfetta, sospesa.
Ci sono entrato dentro con la mano. Era calda.
Quando sono risalito, il mare sopra era lo stesso. Le barche, le voci, il sole. Ma io avevo negli occhi un altro blu. Un blu che non sta nelle cartoline. Un blu che ha sfumature.
Da allora, quando dipingo, non cerco il colore giusto.
Cerco la profondità che lo merita. Gabriele Leonardi