Caffè Manzoni

Caffè Manzoni una vetrina in bianco e nero dove poter discutere di musica e libri, con garbo e leggerezza... (work in progress)

erano i primissimi anni ottanta e la folgorazione fu istantanea....
06/10/2025

erano i primissimi anni ottanta e la folgorazione fu istantanea....

The Official Music Video for Don’t Stand So Close To Me. Taken from The Police - Zenyatta Mondatta.Stream more of The Police: https://thepolice.lnk.to/Listen...

da oggi riprenderò a scavare fino alle origini di quella che è stata la mia formazione musicale e agli albori non poteva...
03/10/2025

da oggi riprenderò a scavare fino alle origini di quella che è stata la mia formazione musicale e agli albori non poteva essere che la Genesi....

Taken from a news story concerning two rival gangs fighting over East-End Protection rights.Along the Forest Road, there's hundreds of cars - luxury cars.Eac...

01/08/2025

È vero che la lingua italiana nasce in Sicilia? Sì, è storicamente vero che la Scuola Poetica Siciliana fu il primo movimento letterario a usare un volgare italiano come lingua scritta e artistica, anticipando di circa mezzo secolo i toscani. Anche Dante, nel De Vulgari Eloquentia, lo afferma chiaramente.
Palermo, culla nascosta della lingua italiana .... Quando pensiamo alla nascita dell’italiano, ci viene in mente Dante a Firenze. Eppure, la vera scintilla del nostro volgare si accese a Palermo, nella corte di Federico II, tra il 1230 e il 1250. Lì nacque la Scuola Poetica Siciliana, il primo gruppo di poeti che trasformò il dialetto in lingua letteraria.
La rivoluzione linguistica del Sud....
Federico II, imperatore colto e visionario, creò una corte multiculturale, dove si parlavano latino, greco, arabo, francese e siciliano. Proprio da questo crocevia di culture nacque una lingua nuova, mediterranea, colta e popolare insieme. I poeti siciliani, come Giacomo da Lentini (a cui si attribuisce persino l’invenzione del sonetto), usarono un volgare siculo per esprimere amore, onore e desiderio, con parole come amuri, onuri, curaggiu. Dante lo conferma, nel suo trattato De Vulgari Eloquentia, Dante Alighieri scrive:
“Il più illustre volgare d’Italia si trovava nella corte del re di Sicilia.”
Un omaggio diretto alla scuola poetica di Federico II, che pose le basi dell’italiano letterario prima ancora dei toscani. I testi della Scuola Siciliana furono poi “tradotti” in toscano per la loro diffusione. Su oltre 300 poesie, molte andarono perdute, ma le rimanenti mostrano una lingua ricca, elegante e innovativa. In conclusione, la lingua italiana non nasce nei salotti fiorentini, ma tra i castelli e le piazze di Palermo, grazie a una cultura mista e aperta, che sapeva accogliere e reinventare. La Sicilia non fu solo un’isola, ma un faro linguistico e culturale per tutta l'Italia.

19/07/2025

Due giorni fa ci ha lasciato 𝐆𝐨𝐟𝐟𝐫𝐞𝐝𝐨 𝐅𝐨𝐟𝐢. Storditi da una perdita per noi gravissima, non abbiamo potuto, né voluto, esprimere a caldo parole di cordoglio o in ricordo di un amico che è stato e resterà fra i massimi intellettuali italiani degli ultimi sessant’anni. Così selettivo nei rapporti interpersonali, così esigente riguardo al peso culturale degli scrittori e dell’opera loro, Fofi ci aveva onorato della sua amicizia e di una meditata attenzione verso la nostra produzione editoriale.
Dagli anni Ottanta del secolo scorso si era fatto osservatore e compagno appassionato della narrativa sarda contemporanea, attraverso la grande esperienza di “Linea d’ombra” e la gloriosa triade: 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐨 𝐀𝐧𝐠𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐒𝐞𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐀𝐭𝐳𝐞𝐧𝐢, 𝐒𝐚𝐥𝐯𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐌𝐚𝐧𝐧𝐮𝐳𝐳𝐮. Poi volle conoscerci quando si accorse della scuola letteraria lanciata dal nostro catalogo ed è lì, nei primi anni 2000, che coniò la fortunata etichetta di nouvelle vague per il rinnovato movimento culturale sardo, dove ritagliò un ruolo di primo piano alla nostra “impresa”, forte di un catalogo ricco di “n̳u̳o̳v̳i̳ ̳s̳c̳r̳i̳t̳t̳o̳r̳i̳ ̳d̳i̳ ̳i̳n̳d̳u̳b̳b̳i̳o̳ ̳t̳a̳l̳e̳n̳t̳o̳” (𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐀𝐛𝐚𝐭𝐞, 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐅𝐨𝐢𝐬, 𝐋𝐮𝐜𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐌𝐚𝐫𝐫𝐨𝐜𝐮, 𝐒𝐚𝐥𝐯𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐍𝐢𝐟𝐟𝐨𝐢, 𝐅𝐥𝐚𝐯𝐢𝐨 𝐒𝐨𝐫𝐢𝐠𝐚, 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐓𝐨𝐝𝐝𝐞…) Un gran complimento ma anche, per noi, una grande responsabilità riguardo al futuro di un discorso editoriale, artistico e culturale che rimanesse all’altezza della stima di uno come Goffredo Fofi; pronto a manifestarti la sua delusione al primo passo falso. Sappiamo di non averlo mai deluso, e anche di questo ci onoriamo. Subito seguì la sua passione per autori straordinari come 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐂𝐚𝐩𝐢𝐭𝐭𝐚, che definì “𝘪͟𝘭͟ ͟𝘱͟𝘪͟𝘶̀͟ ͟𝘰͟𝘳͟𝘪͟𝘨͟𝘪͟𝘯͟𝘢͟𝘭͟𝘦͟ ͟𝘥͟𝘦͟𝘪͟ ͟𝘯͟𝘰͟𝘴͟𝘵͟𝘳͟𝘪͟ ͟𝘴͟𝘤͟𝘳͟𝘪͟𝘵͟𝘵͟𝘰͟𝘳͟𝘪͟” (𝙞𝒏𝙨𝒊𝙚𝒎𝙚 𝙖 𝙁𝒐𝙛𝒊 𝒏𝙚𝒍𝙡𝒂 𝒇𝙤𝒕𝙤 𝙘𝒉𝙚 𝙦𝒖𝙞 𝙥𝒖𝙗𝒃𝙡𝒊𝙘𝒉𝙞𝒂𝙢𝒐); una passione sempre rinnovata negli anni, da “lunga fedeltà”, e portata su altri autori maestraliani, fino alle nuove leve, in particolare per il “p̲o̲t̲e̲n̲t̲e̲ ̲e̲s̲o̲r̲d̲i̲o̲ ̲s̲a̲r̲d̲o̲” di 𝐄𝐝𝐨𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐌𝐚𝐧𝐭𝐞𝐠𝐚 (marzo 2025). In mezzo a tutto ciò – e altro ancora – tanti incontri, tante conversazioni (qui nell’isola di Sardegna o al Salone del libro di Torino), e tante collaborazioni editoriali, concretissime, lavorando gomito a gomito con il nostro editor 𝐆𝐢𝐚𝐧𝐜𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐏𝐨𝐫𝐜𝐮: dal progetto di ripubblicare con sua prefazione 𝑳𝒂𝒗𝒐𝒓𝒐 𝒂𝒊 𝒇𝒊𝒂𝒏𝒄𝒉𝒊 di 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐋𝐨𝐦𝐛𝐚𝐫𝐝𝐨-𝐑𝐚𝐝𝐢𝐜𝐞 e 𝐋𝐮𝐢𝐠𝐢 𝐌𝐚𝐧𝐜𝐨𝐧𝐢 (2010) alla coedizione con le “sue” Edizioni dell’Asino dell’ultimo 𝐒𝐚𝐥𝐯𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐌𝐚𝐧𝐧𝐮𝐳𝐳𝐮 (𝑻𝒆𝒔𝒕𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒊 2017), fino alla presentazione del 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐓𝐨𝐝𝐝𝐞 postumo di Temperalapis, la continuazione incompiuta della 𝑴𝒂𝒕𝒕𝒂 𝒃𝒆𝒔𝒕𝒊𝒂𝒍𝒊𝒕𝒂̀, romanzo nell’occasione definito da Fofi “dei p̳i̳ù̳ ̳i̳n̳t̳r̳i̳g̳a̳n̳t̳i̳ ̳m̳a̳ ̳s̳o̳p̳r̳a̳t̳t̳u̳t̳t̳o̳ ̳d̳i̳v̳e̳r̳s̳i̳ ̳c̳h̳e̳ ̳s̳i̳a̳n̳o̳ ̳s̳t̳a̳t̳i̳ ̳s̳c̳r̳i̳t̳t̳i̳ ̳i̳n̳ ̳I̳t̳a̳l̳i̳a̳ ̳e̳ ̳f̳o̳r̳s̳e̳ ̳i̳n̳ ̳E̳u̳r̳o̳p̳a̳ ̳i̳n̳ ̳q̳u̳e̳s̳t̳i̳ ̳u̳l̳t̳i̳m̳i̳ ̳a̳n̳n̳i̳”. Fra pochi giorni ricorreranno i 5 anni dalla morte di 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐓𝐨𝐝𝐝𝐞 (29 luglio 2020) e 𝐆𝐨𝐟𝐟𝐫𝐞𝐝𝐨 𝐅𝐨𝐟𝐢 aveva accettato di far parte della neonata Associazione intitolata allo scrittore cagliaritano. Mancherà anche qui la sua visione sempre spiazzante, mai scontata, ogni volta illuminante, com’è degli intellettuali veri.

11/07/2025

mi sembra di rivivere Favignana e il commissario Lo Gatto, la terrazza dalle balconate bianche che danno sul mare di notte, il rumore delle onde che si infrangono sulle rocce spegnendosi meste, la musica del pianobar in sottofondo, le sorelle Patanè....

11/07/2025

A Napoli al ristorante ho ordinato "una braciola" e quando mi sono visto arrivare un involtino in umido ho chiesto al cameriere "ma io avevo chiesto una braciola..." e quello mi ha risposto "e questa cos'è?", cmq l'ho mangiata ed era una meraviglia, buona come poche altre cose che ho mangiato. A Napoli alla cassa del bar ho visto una scatola di vetro piena di cioccolatini a forma di bacio Perugina, incartati nella carta stagnola uno per uno, ho chiesto "ma sono Baci?" e la signora mi ha risposto "certo che sono baci, li facciamo proprio noi!" ed erano buonissimi. A Napoli sono entrato in una tavola calda, saranno state le quattro del pomeriggio, volevo prendere qualcosa da riportare a mio figlio prima di ripartire, ma avevano finito tutto. Ho chiesto "avete qualcosa di pronto?" il marito della cuoca mi ha risposto "e che problema c'è, glielo prontiamo". Poi è uscita la cuoca e mi ha detto "le faccio una frittata di maccheroni, qualche crocché e un po' di pasta cresciuta, vabbuò?!". Io le ho detto "ma quanto tempo ci vuole?" e lei ancora "e che fretta avete, vi sedete qui e vi fate compagnia con mio marito, vi bevete una birra intanto che aspettate" E dopo una mezz'ora io conoscevo tutta la storia della famiglia, fino a quell'infame di uno dei cugini, che San Gennaro gli faccia uscire uno sbocco di sangue marcio, in compenso la roba era buonissima e m'è sembrato che si facessero pagare per farmi un favore, perché pareva mi volessero regalare tutto. A Napoli ho mangiato una cosa che si chiama "genovese" e l'ho digerita dopo tre giorni, cioè no, a digerire l'ho digerita subito, è che dopo tre giorni ancora mi pareva di averne qualche pezzetto sulla barba per come mi sentivo avvolto dal profumo. A Napoli mi hanno servito un caffè con le tazzina che mi scottava le labbra e non ho dovuto manco chiedere il bicchiere d'acqua, perché me l'hanno messo davanti direttamente insieme al caffè, però il barista non si fidava, aveva sentito l'accento romano e voleva vedere se l'acqua la bevevo prima o dopo il caffè, pareva che trattenesse il fiato per l'ansia. Quando ha visto che l'ho bevuta prima ha sorriso e io mi sono sentito come se avessi superato un esame all'università. A Napoli sono andato a pranzo con due amici napoletani e hanno ordinato "pasta e patate" e poi momenti si scannano perché uno diceva "la provola ci vuole" e uno diceva "la provola non ci vuole" e io stavo zitto e temevo che alla fine mi menassero a me. Ma quando è arrivata la mia pizza con i friarielli hanno fatto pace e mi hanno fatto tutto un corso su come va preparata, in che punto del forno va messa perché si cuocia bene, come la ricotta debba fare da ripieno del cornicione, cose così. (La pizza era squisita e pure la loro pasta e patate, che per la cronaca la provola c'era).
A Napoli ho mangiato il casatiello e i ciccioli, una parmigiana di melanzane che quando ho chiesto "ma le melanzane come sono cotte?" mi volevano cacciare dal ristorante e farmi girare con un cartello attaccato al collo con scritto "ha chiesto come sono cotte le melanzane della parmigiana!". Ho scoperto che le ciambelle con lo zucchero le chiamano "graffe" e guai pure quelle se ti azzardi a dire "ma sono cotte al forno?". Ho scoperto che le sfogliatelle e le ricce sono due cose diverse, ma comunque se vuoi mangiare quelle più buone devi andare in un forno che sta a "vico Ferrovia" che se gli passi davanti non gli daresti una lira; perché a Napoli quello che ti mangi conta più di dove lo mangi. A Napoli ho capito che mangiare è una religione, ha i suoi riti e le sue cerimonie, è un atto sacro e mangiare da soli è triste, e se stai al tavolo da solo il cameriere si preoccupa e ti viene a chiedere dieci volte "come va? come state?" e dopo viene pure la padrona del ristorante e poi pure suo marito e ti mandano pure i figli, perché tante volte dovessi sentirti triste, non sia mai, come te lo gusti il mangiare? E poi mi dite perché amo Napoli? Ma come fate voi, a non amarla. Come.

29/06/2025

Mi chiamo Lucio, sono nato nel 1943 e sono un musicista. Nel 1965 conosco Giulio Rapetti, in arte Mogol, che decide di scrivere i testi della mia musica. Nel 1967, “29 settembre”, cantata dall’Equipe 84, è la nostra prima canzone che arriva al primo posto nella Hit Parade. Giulio crede anche nelle mie qualità di cantante e mi convince ad interpretare i nostri brani. Nel 1969, “Mi ritorni in mente” vende 25.000 copie al giorno. Nel 1970 scriviamo “Emozioni”. Nel 1971 sei nostre canzoni occupano stabilmente le prime dieci posizioni della Hit Parade. Nel 1973 nasce mio figlio Luca e due fotografi entrano in clinica fingendosi infermieri, aggredendo mia moglie Grazia Letizia che aveva appena partorito.
Rifiuto due miliardi di lire da Gianni Agnelli per esibirmi al Teatro Regio di Torino e canto, di nascosto e senza compenso, per i degenti dell’Istituto Nazionale dei Tumori. Nel 1976, a Milano, tentano di rapire il mio unico figlio e solo grazie all’intervento dei passanti si scongiura il peggio. Negli anni Ottanta vengo colpito da una irreversibile malattia dei reni, che porta al loro rapido deperimento.
Per anni mi sottopongo a dialisi a giorni alterni. Un giorno volo a Parigi per un trapianto, ma il nuovo rene rigetta e devo ricominciare. Nel 1998 la situazione precipita, mi diagnosticano un male e vengo ricoverato all’Istituto San Paolo di Milano. Non conta che la mia discografia completa sia rinvenuta in un covo delle Brigate Rosse. Non conta che io abbia venduto nel mondo oltre 25 milioni di dischi. Non conta che David Bowie mi abbia definito il migliore cantante del mondo. Non conta che Paul McCartney conservi tutti i miei album. Non conta che Pete Townshend consideri “Emozioni” un capolavoro. Giulio, in ospedale l’ultimo giorno mi fa recapitare un biglietto e io mi commuovo. Nel sistemarmi i tubi al corpo, il medico si emoziona e mi confessa che per lui sono un mito. Volo via il 9 settembre 1998 a 55 anni, quando mi mancano due esami alla laurea in matematica. Sono stato Lucio Battisti, un Angelo caduto in volo, davanti a me c’è davvero un’altra vita e sono ora qui nei cieli immensi dell’immenso amore, felice di avere cambiato le vostre vite, rendendole migliori...

18/06/2025

«Ho fatto una bella vita e pochi sacrifici. Io non ho mai lavorato: ho fatto il portiere. » Luciano Castellini, oggi a 79 anni, si racconta senza filtri e, con un sorriso, ripensa a un passato che pochi si aspetterebbero. Prima di diventare il “Giaguaro” tra i pali di Torino e Napoli, Castellini aveva un’altra vita, ben lontana dai campi da calcio: “Facevo lo spallone. Ci portavano in macchina sulla montagna, in Svizzera. Ci caricavano sulle spalle zaini di paglia intrecciata, sacchi da 20 chili pieni di si*****te, e giù di notte, di corsa, sul versante italiano. Ventimila lire a viaggio. ”

Non era semplice: “Era faticoso. Di giorno mi allenavo col Monza in Serie B e di notte trasportavo i sacchi. Rimborso spese di 20mila lire. Prendevo il traghetto da Menaggio, poi il treno per Monza. Tra un paio di panini e una bibita se ne andavano quasi tutti i soldi. Mia madre voleva che studiassi, mio padre era preoccupato: ‘Sarà minga un mestee giugàa al balon’”.

Il calcio però gli ha cambiato la vita davvero: “Quando ero ragazzo dicevo a papà: ‘Io non vado a lavorare, faccio il portiere’, e lui si arrabbiava: ‘Non è un lavoro quello, hai capito? ’”. E anche dopo aver smesso, Castellini non ha mai sentito il peso di una carriera “normale”: “Sono stato bene, era la mia squadra del cuore fin da bambino, lo è sempre. La squadra dei miei secondi 40 anni. No, non è mai stato un secondo lavoro. Io non ho mai lavorato: ho fatto il portiere. ”

è assurdo quello che i russi stanno facendo in Ucraina, assurdo e senza senso....
26/05/2025

è assurdo quello che i russi stanno facendo in Ucraina, assurdo e senza senso....

Trump: 'Putin è impazzito'. Ma il presidente Usa attacca anche Zelensky: 'Tutto quello che esce dalla sua bocca crea problemi' (ANSA)

25/05/2025

Enzo Turco è stato un attore italiano molto attivo nel teatro e nel cinema, noto per i suoi ruoli brillanti e per l'uso del dialetto napoletano, che spesso caratterizzava le sue interpretazioni.
Biografia sintetica:
Nato a Napoli l'8 giugno 1902, Enzo Turco si formò artisticamente nel teatro di rivista e nella tradizione comica partenopea. La sua carriera si sviluppò tra palcoscenico, cinema e televisione, diventando un volto familiare del panorama artistico italiano del dopoguerra. Morì a Roma il 7 luglio 1983.
Stile e carriera:
Turco aveva un volto espressivo e una naturale verve comica che lo resero ideale per ruoli da caratterista, spesso interpretando popolani, servitori, piccoli truffatori o personaggi grotteschi ma sempre umani. È ricordato soprattutto per la sua partecipazione in film comici e teatrali legati alla tradizione napoletana.
Uno dei suoi ruoli più noti è proprio quello nel film "Miseria e nobiltà" (1954) di Mario Mattoli, con Totò. In questa pellicola, tratta dalla celebre commedia di Eduardo Scarpetta, Turco interpretava uno dei comprimari di Totò in una compagnia sgangherata costretta a fingersi nobile per aiutare un giovane innamorato. La sua interpretazione, seppur in un ruolo non da protagonista, contribuì alla riuscita comica del film.
Collaborazioni:
Lavorò con attori celebri come Totò, Eduardo De Filippo e Aldo Fabrizi. Apparve in numerose pellicole tra gli anni '40 e '70, sempre con grande dignità e professionalità, anche quando i ruoli erano piccoli.
Eredità artistica:
Enzo Turco è uno di quei volti che rappresentano la ricchezza del cinema di carattere italiano.

21/05/2025

I Napoli Centrale vennero formati dal nucleo degli Showmen dopo l'ultimo scioglimento di quel gruppo, quando James Senese e Franco Del Prete, insieme con il tastierista americano Mark Harris ed il bassista inglese Tony Walmsley, adottarono un genere originale composto da jazz-rock e musica popolare napoletana abbandonando ogni traccia di rock progressivo dietro di loro. Con testi cantati in dialetto napoletano, già il primo singolo Campagna fu un successo. L'album d'esordio, composto da sei brani, è nello stesso genere, i testi affrontano in maniera esplicita problemi sociali mentre la musica è a tratti molto originale. Dopo l'uscita dell'LP, il bassista Tony Walmsley lasciò il gruppo per unirsi ad una nuova versione del Rovescio della Medaglia, subito seguito da Mark Harris, e i due vennero sostituiti dal tastierista Pippo Guarnera e da vari bassisti, Bruno Limone, Giovanni Ferla e per ultimo Kelvin Bullen, originario di Trinidad. Questa formazione suonò molto dal vivo, con alcuni concerti particolarmente importanti, a Roma con Weather Report e la Duke-Cobham Band, e poi al prestigioso festival jazz di Montreux in Svizzera, per poi sciogliersi alla fine del 1975. Il secondo album uscì nel 1976, con l'aiuto di molti noti musicisti di studio, tra i quali i batteristi Bruno Biriaco (Perigeo), Agostino Marangolo (Flea e Goblin) e Marvin "Boogaloo" Smith, proseguendo lo stesso discorso musicale intrapreso nel primo. Un terzo album arrivò a distanza di due anni, con i due fondatori aiutati da musicisti esterni e uno stile più vicino al jazz degli album precedenti. Tra i collaboratori del gruppo in questo periodo il tastierista Ciro Ciscognetti, che aveva suonato con Fabio Celi & gli Infermieri, ed il giovane Pino Daniele al basso, prima della sua popolarissima carriera solistica. Alle registrazioni di Qualcosa ca nu' mmore partecipò anche il tastierista del secondo album, Pippo Guarnera, che nel 1976 aveva fatto parte del gruppo di Eugenio Finardi.

19/05/2025

Per giorni sono stati lì a darle addosso, cercando goffamente di sminuirne l’immagine, accusandola di aver emarginato l’Italia perché non era andata con la cosiddetta coalizione dei “volenterosi”, che nessuno ha capito cosa sia e, soprattutto, a cosa serva, se non ad alimentare tensioni e dare un po’ di spazio a Macron, altro ex leader europeo in crisi di consensi che sembra avere più estimatori qui in Italia che in Francia. “La Meloni non è andata con Merz e Macron, l’Italia è debole e isolata”, hanno ripetuto per 2 giorni. Poi oggi a Roma si tiene un vertice tra la Ue, rappresentata dalla Von der Leyen, e gli Usa rappresentati dal vicepresidente Vance, sui rapporti tra Europa e Stati Uniti, con le due parti che ringraziano Giorgia Meloni per il suo ruolo da pontiera tra le due sponde dell’Atlantico. Un vertice che è servito a riallineare l’Occidente in un periodo storico complesso e pieno di sfide, che ha ribadito ancora una volta la centralità dell’Italia nelle dinamiche mondiali. Una centralità ritrovata dopo anni di anonimato e vassallaggio, con un’Italia marginale e marginalizzata, guidata da leader deboli e incapaci, saliti al potere solo grazie ad accordi di palazzo. L’incontro di oggi è un sonoro schiaffo a tutti gli antitaliani, a quelli che sperano di riemergere dall’oblio tifando contro l’Italia. Giorgia Meloni, ancora una volta, è riuscita a rifilare una lezione memorabile a tutte le mezze tacche della politica italiana, ma ció che più conta e ci interessa, è riuscita a porre una grande nazione come l’Italia al centro delle dinamiche mondiali.

Indirizzo

Cagliari

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Caffè Manzoni pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'azienda

Invia un messaggio a Caffè Manzoni:

Condividi

Digitare