Amore e odio: Viaggio tra parole plasmate in racconti

Amore e odio: Viaggio tra parole plasmate in racconti Scrivo per dar forma all'invisibile, per trasformare emozioni in abbracci di parole. Autore dei testi: Quess Renor (A.A.)

Ogni testo è un pezzo di me, ma anche di te, un filo che unisce cuori pronti ad ascoltarsi e a vibrare insieme.

La magia sta cambiando.Le antiche alleanze iniziano a cedere.E mentre i regni si osservano sull’orlo della guerra, Aemon...
23/04/2026

La magia sta cambiando.
Le antiche alleanze iniziano a cedere.
E mentre i regni si osservano sull’orlo della guerra, Aemon si ritrova legato a una dragonessa, contro ogni legge del suo mondo.

Tra elfi, nani, umani, draghi e creature antiche, Stupor Mundi: Genesi è l’inizio di una saga in cui il pericolo non minaccia un solo regno, ma il fragile equilibrio di tutto il mondo.

Leggi l'estratto su Amazon.

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Quess Renor

Disponibile in cartaceo e in ebook su Amazon, Feltrinelli, IBS e Mondadori Store.

Immagine ispirata al romanzo, realizzata con IA.

In principio fu il canto del creatore Danarth Ingna, ma ora, tra le pieghe del suo mondo, qualcosa stona. Un elfo inquieto attraversa le foreste sacre con una principessa che sfida il destino; un nano, nelle viscere della terra, stringe una gemma che lo divora dall’interno, portatrice di oscuri p....

Riflessione: quando senti di contare menoCi sono dolori che per anni si chiamano nel modo sbagliato.Non perché siano osc...
22/04/2026

Riflessione: quando senti di contare meno

Ci sono dolori che per anni si chiamano nel modo sbagliato.

Non perché siano oscuri. Quasi il contrario. Perché sembrano troppo comuni per meritare uno sguardo serio. Passano dentro le giornate senza fare rumore. Una risposta più corta, una consultazione che non arriva, il sentirsi meno chiamati in causa. Abbastanza da non riuscire più a fare finta che non sia successo niente.

All’inizio gli si dà il nome più vicino. Solitudine, per esempio. Oppure distanza. Sono parole utili finché servono a orientarsi. Poi però cominciano a stringere male. Perché guardando meglio, ci si accorge che il dolore non viene sempre da dove si pensava.

Per molto tempo la spiegazione sembra semplice. Se soffri, è perché qualcuno si è allontanato. Se senti freddo, è perché sei rimasto più solo. Se qualcosa si è rotto, è perché ti hanno lasciato fuori. È una lettura ordinata. E le letture ordinate hanno un vantaggio: rassicurano. Danno al male una forma riconoscibile. Lo rendono quasi raccontabile.

Poi arriva un punto in cui quel nome non basta più.

Perché si può essere soli, sì. Ma si può anche non esserlo affatto. Si può continuare a stare dentro le cose, dentro le case, dentro le conversazioni, dentro le abitudini degli altri, e sentire ugualmente che qualcosa si è ristretto. Non si è usciti. Non del tutto. Nessuno ha chiuso una porta, nessuno ha detto basta, nessuno ha avuto la crudeltà di rendere netto ciò che stava cambiando. Eppure, poco alla volta, il proprio posto si è fatto più stretto.

Si pensa allora all’indifferenza. Ma nemmeno questa regge fino in fondo. L’indifferenza è più secca, più chiara. Qui, invece, non sempre si viene ignorati. A volte si viene ancora visti, ancora accolti, ancora tenuti dentro. Solo che lo sguardo passa più in fretta. Si posa, ma non si ferma. Ti registra, ma non si lascia più spostare.

Si potrebbe chiamarla abitudine. Anche questo viene da pensarlo. Ma l’abitudine è troppo neutra. Qui il dolore nasce proprio dal confronto con un prima, un prima in cui la tua presenza inclinava qualcosa, anche poco, un tono, una decisione, un pensiero, e un dopo in cui quella stessa presenza non produce più lo stesso effetto.

Il punto resta più in basso, in una zona quasi indegna da confessare.

Perché questa ferita, all’inizio, fa vergognare.

Non ha la nobiltà della perdita aperta. Non ha il prestigio del grande dolore. Somiglia a qualcosa che una persona adulta dovrebbe sapersi togliere di dosso. Ed è proprio questo uno dei suoi aspetti peggiori. Non solo ferisce. Umilia un poco chi la prova. Costringe a riconoscere un bisogno che non ci piace ammettere.

Si può dire di soffrire per amore, per lutto, per ingiustizia. Si dice molto meno facilmente: soffro perché sento di contare meno. Perché detta così sembra una debolezza piccola, quasi infantile. E invece tocca una cosa più seria di quanto sembri. Perché dove sentiamo di contare, lì sentiamo anche di avere più consistenza per gli altri e, in parte, per noi stessi. Non solo perché veniamo visti di più, ma perché ci sembra di lasciare una traccia più netta, di spostare qualcosa, anche poco. Quando quel peso si riduce, il colpo non arriva solo al legame. Arriva anche a una parte del nostro senso di esserci.

Se ne vedono presto le tracce, anche se quasi mai lo si nomina.

In un bambino che ripete una frase due volte e capisce, prima ancora di saperlo pensare, che la prima non è arrivata davvero da nessuna parte. Non è stato respinto. Nessuno gli ha detto di stare zitto. Ma qualcosa, in quel mancato ritorno, può già cominciare a insegnargli una misura del proprio peso.

Lo si vede in certe amicizie che non finiscono, ma si svuotano senza rottura. In famiglia, quando una decisione viene presa e il tuo nome compare ancora, ma il tuo parere no. Nel lavoro, dove si resta necessari in modo funzionale ma sempre meno presenti nel riconoscimento vivo. E si vede nella vecchiaia, in una delle sue forme più n**e, quando non si viene cancellati, no, sarebbe quasi più facile, ma portati piano verso un margine pieno di rispetto e povero di incidenza. Ti ascoltano ancora. Ti vogliono bene, magari. Ma il tuo peso nella formazione delle cose si è ridotto.

Qui bisogna fermarsi e essere giusti.

Sarebbe troppo facile trasformare ogni perdita di centralità in una colpa altrui. Le vite cambiano. Le fasi cambiano. I posti che occupiamo negli altri cambiano, e non sempre per ingiustizia. A volte non si viene traditi. Si viene ridimensionati dalla realtà. La vita di chi ami si allarga, si sposta, si riempie di altre forze. E una parte del dolore nasce anche dal fatto che non accettiamo di non essere più il centro di una geometria che avevamo imparato a sentire come nostra.

Ma dirlo non basta a sciogliere il nodo. Lo rende solo più onesto. Perché anche tenendo conto di tutto questo, anche riconoscendo che non ogni riduzione di peso è un torto, resta una domanda che continua a tornare.

Che cosa si perde davvero quando si sente di contare meno?

Non è solo compagnia. Non è solo attenzione. Nemmeno amore, almeno non nel senso più semplice della parola. Si può essere voluti bene e avvertire ugualmente che la propria presenza non orienta più nulla.

Ci sono sere in cui basta una cosa da niente. Stai lì su un messaggio di tre righe come se da quelle tre righe dipendesse qualcosa. Lo rileggi, cambi tono, togli una parola che ti sembrava troppo. Poi arriva la risposta e capisci che non è il silenzio il problema. Il problema è che quello che per te aveva un peso, dall’altra parte è passato quasi senza lasciare segno.

Si può essere inclusi, persino protetti, e tuttavia sentirsi diventati laterali.

Il linguaggio comune qui si allarga troppo. Dice: non mi cercano più, non mi vedono più, non conto più. Sono frasi vere, ma ancora larghe. In molti casi il male non sta nello sparire. Magari fosse così pulito. Il male sta nel restare abbastanza vicini da vedere che il mondo dell’altro continua a funzionare quasi nello stesso modo, solo con meno bisogno di te dentro.

Perché la ferita allora non è semplicemente essere lasciati fuori. È qualcosa di più basso, più difficile da rivendicare, e forse più umiliante. Essere ancora presenti, ma con una presa minore. Accorgersi che la propria voce entra ancora nella stanza, ma non modifica più la stanza come una volta.

Questa è una cosa che si capisce tardi. E quasi sempre controvoglia.

Non riguarda solo il modo in cui gli altri si muovono attorno a noi. Riguarda anche ciò che comincia a succedere dentro. Spesso si diventa più attenti ai segnali. Si comincia a chiedere di più a dettagli sempre più piccoli. Si rileggono i toni, i tempi, le pause. A volte ci si rimpicciolisce da soli, si parla meno, si chiede meno, quasi per evitare la prova ulteriore di pesare invano. Altre volte si fa l’opposto: si insiste, si cerca conferma, si forza un po’ la presenza, e proprio così si finisce per sentirsi ancora più fuori misura. Non è solo dolore. È anche un’alterazione del rapporto con sé stessi. Come se una parte del nostro senso di realtà dipendesse, più di quanto vorremmo ammettere, dal lasciare ancora un’impronta nel campo degli altri.

La cosa si lascia nominare con più precisione lì. Non quando smetti di esserci. Quando continui a esserci, ma senza produrre più abbastanza differenza.

Ed è per questo che certi dolori sembrano sproporzionati rispetto ai fatti. Perché i fatti, presi uno per uno, sono piccoli. Una telefonata più rapida. Una risposta senza spazio. Un parere non richiesto. Un’abitudine che si spegne senza annuncio. Ma non è il singolo fatto a fare male. È quello che, a un certo punto, ogni fatto comincia a portarsi dietro.

Che il tuo posto non è finito.

Si è assottigliato.

E il peggio è che quasi mai esiste un momento preciso in cui puoi dire: è successo qui. No. Succede piano. Finché un giorno ti accorgi che quello che chiamavi solitudine era qualcosa di più esatto, e più n**o.

Non la mancanza degli altri.

La diminuzione del tuo peso nel loro mondo.

Quess Renor (A.A.)

Chiacchiere in libertà
Oggi qui a Bergamo è una giornata strana. Stamattina il cielo prometteva quello che poi è arrivato, pioggia. Adesso invece, mentre vi scrivo, c’è un sole quasi estivo. Tutto nel giro di poche ore.

Mi ha fatto pensare a un argomento che vorrei affrontare più avanti, ma che ha bisogno di tempo. Non per trovare una soluzione, perché spesso non c’è, ma per capirlo meglio e capire meglio anche me stesso dentro quella cosa.
A volte sono proprio le persone a cambiarci più di quanto vorremmo ammettere. A farci vacillare. A metterci davanti dubbi che toccano anche il valore che sentiamo di avere.

Ma questa è un’altra riflessione. Per ora mi fermo a quella scritta oggi. Credo abbia dentro qualcosa che, in modi diversi, capita a molti. Magari non con lo stesso nome, magari senza dirlo mai davvero ma pur sempre presente.
Forse ognuno ci leggerà dentro una storia diversa, la sua o di qualcuno che conosce e se dovesse accadere, bhe è giusto così. In fondo certe parole non servono a dare una risposta, ma a fare un po’ di luce in un punto che, fino a poco prima, restava confuso.

Buona lettura, e se volete commentare, mi troverete qui. 🧡









Quello che chiamavo forzaTi ho vista cercare gli occhialiper leggere un messaggio di tre righe.Non era niente.Per un att...
16/04/2026

Quello che chiamavo forza

Ti ho vista cercare gli occhiali
per leggere un messaggio di tre righe.
Non era niente.
Per un attimo l’ho creduto.
Poi la stanza si è fatta più piccola.

Certe madri non invecchiano di colpo.
Si spostano appena.
Un gradino preso più piano.
Una parola ferma sulla bocca.
La mano sul tavolo
prima di alzarsi.

Per anni ti ho creduta
più forte delle stagioni.
Come se il tempo, su di te,
lasciasse meno segni.

Poi ti ho sentita ripetere il mio nome
perché la stanza era troppo lontana.
Ho fatto finta di niente.
Da quel momento
ti ho vista più esposta di me.

Se esci, resto in ascolto.
Se taci, ti cerco nella casa.
Non gli lascio tutta la strada.

Non mi ha spaventato la tua stanchezza.
Mi ha fatto paura capire
che forse eri stanca da sempre
e io l’ho chiamata forza.

Adesso ti guardo
in quei gesti minimi.
Il passo più corto,
la luce accesa prima di sera,
il silenzio dopo aver detto
“aspetta, non ricordo”.

E ti amo di più.
Da quando il tuo tremare
mi si è messo dentro.
Come una casa
quando sente che una porta, la sera,
non si chiude più allo stesso modo.

Quess Renor (A.A.)

Chiacchiere in libertà

Ci sono cose che non si comprendono subito. Restano lì per molto tempo, persino anni, dentro i gesti di ogni giorno, dentro abitudini che ci sembrano normali, e in particolare, nelle persone che abbiamo sempre pensato capaci di reggere tutto. Poi arriva un momento, quasi invisibile, e quello sguardo non basta più. Non perché davanti a noi ci sia qualcuno di diverso, ma perché per la prima volta vediamo davvero anche la parte che ha taciuto, che ha stretto i denti, che è andata avanti senza chiedere nulla: ma che ha dato tutto per noi.

Decico questa poesia a mia madre 🌹 Vilma. 🌼







Riflessione: EmpatiaA volte basta poco. Una voce che si abbassa all’ultimo. Una risposta data troppo in fretta. Una stan...
09/04/2026

Riflessione: Empatia

A volte basta poco. Una voce che si abbassa all’ultimo. Una risposta data troppo in fretta. Una stanchezza rimessa in ordine così bene da sembrare sparita. Si esce, si fa altro, ma non passa del tutto. Te ne accorgi dopo, quando dovresti essere già altrove.

Di solito a questa cosa si dà subito un nome: empatia. Intorno a quel nome si raccoglie tutto quello che suona bene. Sensibilità, dono, luce. Solo che qui non si sta parlando di qualunque modo di sentire gli altri. Si sta parlando di quando quel sentire perde distanza, resta addosso, e invece di aiutarti a capire ti espone. Per alcune persone succede così. Non perché sentano meglio. Perché sentono con meno riparo.

A volte non assomiglia nemmeno a un pensiero. Prende il corpo prima ancora di passare dalla testa. Stai ascoltando una persona e senti cambiare il respiro. Ti si tende la nuca. Lo stomaco si stringe un poco, come quando stai per perdere l’equilibrio. Non perché hai capito un fatto. Per un attimo è come se fossi lì con lei, nello stesso punto.

Da fuori si vede la disponibilità, non il costo. Si vede una persona attenta, forse delicata. Quello che non si vede arriva dopo. La fatica senza scena. Il peso che si deposita in cose piccole, in tracce che non hanno nemmeno la dignità di un evento. A forza di raccoglierle, ci si ritrova pieni di cose che non si sa dove mettere.

Allora cominci a tirarti indietro un poco. Abbassi gli occhi. Eviti un’altra voce da leggere, un altro dolore rimesso bene in ordine. Non sempre sai fare altrimenti. E, se sei sincero, non vuoi nemmeno. Perché chiuderti davvero ti sembrerebbe una forma di perdita. Forse la verità peggiore è questa: una parte di te continua a confondere il confine con l’aridità. Continua a pensare che guarire del tutto significherebbe sentire meno, e sentire meno assomiglia troppo a diventare uno qualunque.

La cosa più dura è che davanti a persone così gli altri finiscono spesso per respirare meglio. Si allentano. Dicono più di quanto volevano dire. Oppure non dicono niente, eppure lasciano uscire lo stesso qualcosa. Succede anche nel modo più comune. Uno arriva con la sua giornata addosso, parla, si ferma il giusto per svuotarsi un poco, poi riprende la sua strada. Magari ringrazia. Magari no. In ogni caso se ne va più leggero di come era entrato. Tu resti con quello che ha lasciato nell’aria. È lì che l’asimmetria si vede davvero. Gli altri, a volte, trovano riparo. Tu molto meno.

Una volta, tornando a casa in un periodo già pesante di mio, stavo ascoltando un documentario sul rapimento di Aldo Moro. Davanti a me c’era una signora minuta, i capelli tendenti al grigio, ricci, il passo più lento del mio. Quando mi sono avvicinato ho sentito che stava piangendo. Non forte. Quel pianto che uno cerca di trattenere e proprio per questo si sente di più. Ho fatto per superarla, poi mi sono fermato. Le ho chiesto se andava tutto bene. Ha detto qualcosa come per scusarsi del fatto stesso di stare male. Le ho chiesto se voleva un abbraccio. Ha detto di sì senza dire quasi niente. Ci siamo abbracciati da sconosciuti, in mezzo alla strada, senza una frase giusta e senza che ce ne fosse bisogno. Poi le ho chiesto se voleva che chiamassi qualcuno. Ha detto di no. Lei ha ripreso a camminare, io pure. È finita lì. Ma non del tutto. Mi è rimasto addosso anche un piccolo imbarazzo, quasi una fretta di andare via, come se aver toccato quel dolore mi avesse aperto qualcosa che non volevo tenere aperto troppo a lungo. Non era rimasto solo il dolore. Era rimasto il fatto di averlo toccato.

Se l’altro portasse solo dolore, sarebbe quasi più facile. Sarebbe più facile chiudere, tagliare, andarsene. Invece no. Resta addosso anche il poco bene che una persona è riuscita a salvare. Un riguardo, magari. Una cura minima. Una gentilezza rimasta viva dove tutto il resto sembrava già crollato. Ed è questo che complica tutto. Perché vedere il male è semplice. Vedere insieme il male e quel poco che resiste no. Lì il giudizio si sporca.

Anche la rabbia si sporca. Non va sempre nel posto giusto. Qualche volta finisce sugli altri, senza misura. Oppure torna indietro e si ferma addosso a te. Perché non riesci a smettere di sentire, non riesci a chiuderti bene, non riesci a essere una persona più semplice. E ci sono momenti in cui, per la stanchezza, ti sorprendi a non voler capire più nessuno. Nemmeno chi ami. O peggio, ti scopri a provare una specie di fastidio prima ancora che l’altro apra bocca, come se il tuo corpo sapesse già di dover fare posto a qualcosa che non ha scelto. È lì che tutta l’immagine bella cucita addosso a questa sensibilità cade da sola.

Per questo certe persone sembrano sempre sul punto di sparire un poco. Non in modo grande, non drammatico. Nel modo di ogni giorno. Hanno bisogno di fare un passo indietro. Di stare zitte. Di guardare qualcosa che non chieda niente. Un muro, per esempio. O l’asfalto.

Sentire molto non rende migliori. Non rende più profondi per forza. Può rendere più irritabili, più confusi, più facili al ritiro. Questa parte quasi nessuno la dice, perché rovina l’immagine bella della persona empatica. Ma se non la dici, racconti una verità addomesticata. E una verità addomesticata, su una cosa così, somiglia già a una menzogna.

Molti si sono sentiti dire frasi bellissime e inutili. Che dono. Che sensibilità rara. Non cambiare mai. Il mondo ha bisogno di persone come te. Può darsi. Forse chi lo dice non se ne accorge nemmeno. Ma detto così somiglia troppo a un complimento fatto a una ferita finché quella ferita continua a servire.

La verità è meno bella di come viene raccontata. Per alcune persone sentire molto diventa consumo lento. Non subito. Non in modo spettacolare. Più facilmente mentre continuano a fare tutto quello che devono fare. Lavorano, parlano, ascoltano. Da fuori sembrano intere. Dentro stanno solo reggendo, finché arriva anche un dubbio più muto degli altri. Non è solo stanchezza. È qualcosa che riguarda il confine. Il sospetto di non sapere più bene cosa appartiene davvero a te e cosa invece hai trattenuto dagli altri. Nel peso che senti. Nel bisogno di sparire per qualche ora. Nel fatto che, in certi momenti, non riesci più a dire con sicurezza questo dolore è mio, questa paura no, questa chiusura viene da me oppure da tutto quello che mi è rimasto addosso.

E lì si apre la domanda peggiore. Non solo cosa appartiene a te. Ma se, tolto tutto quello che hai assorbito, rimarrebbe abbastanza di te da riconoscerti ancora. Se imparassi davvero a chiuderti bene, saresti più salvo o solo più vuoto.

A quel punto la parola empatia cambia faccia. Non sembra più una qualità. Somiglia al nome sbagliato dato a una mancanza di confine.

Per alcune persone il problema non è amare troppo. Non è capire troppo. Non è essere troppo buone.

È vivere troppo esposte.

Quess Renor (A.A.)
..Chiacchere in libertà...

A volte mi perdo nelle riflessioni. Spesso nascono dai vostri commenti. Osservo i vostri profili, leggo tra le righe, cerco di capire chi ho davanti. Anche per rispetto.
Ci sono tante pagine, tante poesie leggere, quelle che scorrono senza lasciare troppo. Le mie, a volte, le sento pesare. E so che da parte vostra ci vuole coraggio per restare. Per leggerle seriamente
Spesso fanno male, scavano, riportano a galla ricordi che forse erano rimasti fermi da anni. Se servano davvero, non lo so. Forse sì. Forse no.
Di una cosa però sono certo: non cerco di vendere cure, né promesse facili. Cerco solo di accompagnarvi fino a quel punto in cui, anche davanti al vuoto, possa restare dentro qualcosa che non cede del tutto. Anche solo un’ultima forma di speranza. Sapere che certe ferite non sono passate solo da voi. Sapere che non si è soli.
Questa riflessione la lascio qui. So che toccherà molte persone. Anche quelle che ogni giorno imparano a nascondersi per riuscire a sopravvivere.

Non è sensibilità. È vivere senza pelle.







Il secondo silenzioAll'inizio eri poco.Una di quelleche il giorno si porta viasenza lasciarsi dietro niente.Poi il tuo n...
27/03/2026

Il secondo silenzio

All'inizio eri poco.
Una di quelle
che il giorno si porta via
senza lasciarsi dietro niente.

Poi il tuo nome tornava.
Tornava da solo,
anche quando non volevo.

Bastò un'occhiata
tenuta un poco di più.
La tua voce rimase
più delle parole.

Si imparò dove lo sguardo manca,
il sorriso che viene
solo quando cade la difesa,
il silenzio in cui si smette
di fingersi forti.

Prima quasi non esistevi.
Poi ti prendevi il tempo,
il posto,
perfino il modo
in cui uno aspetta il giorno.

Lo sai davvero
solo quando manchi.

Si crede che basti.
Che sapere una persona
sia già un modo per restare.

Non basta.

Ci finì la fame
prima dell'amore.
E morì il noi.

Chi era casa diventa strada.
Chi conosceva il nome più vero
impara il silenzio.

Torna l'estraneità.
Ma stavolta sa.

La prima non sapeva nulla.
Questa sa
dove la voce si rompeva,
dove tremavi,
quale silenzio ti salvava
e quale no.

Per questo si scostano.
Per questo guardano altrove.
La mente riesce.
La vita anche.

Ma non il battito.

Quello no.

Basta un attimo.
Il passo rallenta.
Il fiato si ferma.

Niente che si veda davvero.

Solo quel colpo nel petto,
ostinato,
che al tuo passare
non batte uguale.

Fine

Quess Renor (A.A)
.. chiacchiere in libertà...

Ci sono persone che non mancano subito. All’inizio sembrano solo passate ma poi, con il tempo, si scopre che hanno lasciato una traccia più profonda di quanto avessimo compreso mentre le vivevamo.
Forse è anche questo che spaventa, che ci fa tremare fino al midollo. Non il fatto che finisca, ma accorgersi di quanto spazio aveva preso dentro di noi: e di farlo troppo tardi. E ancor più il pensare che, nonostante tutto, il tempo non aiuti poi così tanto.
Vi è mai successo di capire davvero l’importanza di qualcuno solo quando era già diventato silenzio. O ancor peggio, un eco che ritorna senza mai saper andar via per sempre.







La pace che reggeLa pace vera arriva tardi,con la grazia severa di chi ha visto le rovinee non chiede più splendore per ...
16/03/2026

La pace che regge

La pace vera arriva tardi,
con la grazia severa di chi ha visto le rovine
e non chiede più splendore per esistere.

Ti trovano in basso,
quando hai ancora terra negli occhi
e il cuore, per non crollare,
ha imparato a fare forza
dalla sua paura.

Poi accade l’impensabile.
Il buio non finisce.
Cambia forma.
Diventa terra.

Ed è da quella terra che nasce la spinta,
la vita che insiste dal basso,
quella dei germogli
che vincono la pietra
senza nemmeno alzare la voce.

Allora il petto si apre piano,
non alla gioia,
ma a una tregua più vera della gioia,
e il respiro, finalmente,
abbassa la guardia.

La felicità vera non abbaglia.
Somiglia a una ferita
che smette di comandare.
Somiglia alla luce
quando entra nelle crepe
e non ti chiede di guarire,
solo di lasciarla passare.

E la parte più bella
non è il ritorno del bene.

È il momento in cui tu,
dopo tanta notte,
non lo scambi più per un inganno.
Il momento in cui alzi gli occhi
senza vergognarti delle tue rovine
e senti che il dolore,
attraversato fino in fondo,
non è più una condanna
ma una radice.

Allora capisci.

Non si rinasce puri.
Si rinasce veri.
Con più terra nelle mani,
più silenzio nel sangue,
e quella dolcezza feroce
di chi ha visto il buio da vicino
e, senza rumore,
ha ancora il coraggio
di credere alla luce.

Quess Renor (A.A.)









Questa sera ho un dolore alla schiena allucinante, faccio fatica pure a pigiare le parole sullo smartphone. Ma volevo mettervi questa poesia prima di lasciarmi andare al sonno. Non è come le solite, dice più che mostrare. Ma ogni tanto si sperimenta.
È una poesia che fa da tramite al prossimo argomento, più serio. Ma evito di farvi spoiler 🤣❣️
Non so se la pace arrivi davvero quando il dolore passa. A volte il dolore non passa affatto. Cambia posto dentro di noi, questo sì. Smette di comandare ogni gesto, ogni pensiero. Forse è lì che succede qualcosa di strano. Non si diventa più forti, come raccontano spesso. Si diventa più attenti. E comprendiamo che le favole sono belle, ma distanti dalla realtà.
Ci sono cose che prima attraversavamo senza accorgercene. Che sia un momento quieto o una presenza che fa della resilienza la sua virtù.
Dopo certe notti, invece, queste cose si vedono meglio. Non perché il mondo sia diventato più buono. Il mondo resta quello che è.
Ma perché a un certo punto smettiamo di chiedergli di essere innocente per poterci vivere dentro.
E domanda, secondo voi si può essere veramente felici senza aver saggiato il dolore ? O serve giungere a quel preciso istante in cui quel che prima faceva male ha smesso di dettare i tempi della nostr vita?

Notte. 🌹

SfrattoIl dolore viene raccontato spesso come se dovesse giustificarsi, come se in cambio di quello che toglie fosse ten...
11/03/2026

Sfratto

Il dolore viene raccontato spesso come se dovesse giustificarsi, come se in cambio di quello che toglie fosse tenuto a lasciare qualcosa. Un insegnamento, una maturità, almeno un po’ più di lucidità. È una delle idee più comode che ci siamo dati per non guardarlo davvero. La sofferenza, da sola, non migliora nessuno. Non nobilita. Non ripulisce. Molte volte fa una cosa più semplice e più violenta: interrompe. Ti costringe a vedere che il modo in cui stavi in piedi non era poi così tuo.

Non soffriamo solo perché perdiamo qualcuno o qualcosa. Soffriamo perché la perdita ci mette davanti a una verità che, finché le cose reggono, riusciamo a tenere lontana. Una parte di noi si era appoggiata a ciò che non potevamo trattenere. Credevamo di abitare la nostra vita da soli, poi una presenza si sposta e all’improvviso capiamo che molte cose che chiamavamo carattere, certe abitudini, stavano in piedi anche grazie a qualcos’altro. A qualcuno. A una voce. A una vicinanza diventata così costante da sembrarci naturale.

Qui sta una delle umiliazioni più profonde del dolore. Non ci toglie soltanto qualcosa di caro. Ci toglie anche l’illusione di comandare davvero ciò che ci costituisce.

Quando un legame dura, smette di sembrarci fragile. Lo sappiamo in teoria, certo. Sappiamo che tutto può finire. Ma la teoria conta poco contro la continuità. Nella vita vera, ciò che resta abbastanza a lungo smette di sembrarci provvisorio. Entra nelle giornate, nei pensieri automatici, nei gesti che non notiamo più. Sta nel modo in cui torni a casa, nel tono con cui aspetti la sera, in ciò che dai per scontato, nel pezzo di futuro che immagini senza accorgertene. Per questo, quando manca, non manca solo una persona. Manca il disegno silenzioso che quella persona teneva insieme senza farsi notare.

All’inizio il dolore non ha niente di nobile. Non illumina. Il corpo cambia quasi subito. Il sonno si altera, il respiro pesa, i gesti più semplici si fanno strani. La mente, intanto, torna sugli stessi punti come se da qualche parte ci fosse ancora qualcosa da correggere. La memoria peggiora tutto. Riporta dettagli che fino a poco prima non contavano niente. Una frase, un tono, il modo in cui qualcuno apriva una porta, il rumore di un bicchiere appoggiato sul tavolo. Cose minuscole, proprio per questo insopportabili.

In quella fase non c’è molto da capire. C’è da reggere. L’urto non insegna. Ti occupa, ti prende spazio, ti abbassa il mondo alla misura della ferita.

Ma il dolore non comincia sempre dopo. A volte inizia prima della fine. Quando qualcosa sta cedendo e tu lo senti, anche se non hai ancora il coraggio di dirlo. Quando una persona è ancora lì, ma già si sta allontanando. Quando accompagni un padre, una madre, un compagno, un amico verso un declino che non puoi fermare. Quando una relazione non è ancora finita e già non regge più il proprio nome. Quello è un altro dolore, più lento, più vile, perché non ha nemmeno la nettezza della perdita compiuta. Ti costringe a vivere accanto a qualcosa che muore mentre è ancora presente. Non hai ancora perso davvero, ma hai già smesso di poter stare interamente dentro ciò che hai. C’è poco di più estenuante.

Anche questo svela una verità scomoda. Non soffriamo soltanto per l’assenza. Soffriamo per l’impotenza. Per il fatto di dover assistere. Per il fatto che esistano crolli che non si possono evitare e nemmeno affrettare. Devi starci davanti. A volte con una speranza che sai già fragile. A volte con una lucidità che non serve a niente. Il dolore non arriva sempre come una frattura secca. A volte arriva come erosione, e proprio perché è lenta consuma di più.

Poi il corpo fa una cosa che può sembrare quasi offensiva. Riparte prima della coscienza. Dorme una notte intera. Mangia con un po’ più di fame. Ride per qualcosa che non c’entra. Passa un’ora senza tornare lì. Non succede per scelta, e forse è questo che irrita. Il corpo continua per conto suo. Non ha fedeltà. Non onora nulla. Cerca solo di andare avanti.

Quando te ne accorgi non arriva sempre sollievo. A volte arriva fastidio. A volte qualcosa di peggio. Perché mentre il dolore era pieno stava facendo anche un’altra cosa. Teneva vicino ciò che avevi perso. Finché faceva male, quella storia era ancora lì, in un modo storto ma chiaro. Occupava il centro. Quando il dolore cala, la distanza smette di essere una minaccia e diventa un fatto.

Qui compare una reazione che molti conoscono e pochi nominano bene. La colpa di stare un po’ meglio. Non la colpa per ciò che è successo. Quella è un’altra cosa. Questa è più nuda. Dormire senza pensarci subito. Respirare senza quel peso fisso. Accorgersi che il mondo continua a muoversi anche se dentro qualcosa si è rotto. Non è desiderio di soffrire. È che il dolore era diventato l’ultimo segno visibile di ciò che non c’era più. Finché bruciava, qualcosa restava.

Per questo guarire, almeno all’inizio, non assomiglia a una liberazione. Assomiglia di più a una seconda perdita. Come se stessi lasciando andare non soltanto la sofferenza, ma anche l’ultima presenza del perduto. È qui che molte persone si fermano davvero. Non nella ferita iniziale. In questo punto ambiguo, dove stare meglio sembra quasi un modo di mancare di rispetto a ciò che è stato.

Se la sofferenza dura abbastanza, rischia di diventare una posizione. Non in senso romantico. In un senso più povero e più duro. Finché stai male sai ancora chi sei. Sei quello che ha perso. Quello che porta addosso una prova. C’è una forma di orientamento persino lì, distorta, certo, ma leggibile. Quando quella forma comincia a disfarsi resta una domanda più scomoda del dolore stesso: chi sono io senza questa ferita.

A questa domanda quasi nessuno risponde bene. Si prova. Un giorno ridimensioni il passato per alleggerirlo. Il giorno dopo ne senti di nuovo tutto il peso. A volte riempi il tempo di cose, di persone, di rumore. Poi basta un dettaglio e torna tutto. Non esiste una linea pulita. Esistono tentativi.

Ed esiste, dopo un po’, anche una quota minima e scomoda di responsabilità. Non sulla perdita. Non sul trauma. Sul modo in cui scegli di abitare ciò che resta. C’è un punto, in certi dolori lunghi, in cui la sofferenza non è più soltanto subita. Viene anche abitata. Diventa una lingua, una postura, quasi una casa rovinata dentro cui continui a stare perché fuori non sai più chi essere. Non è una colpa. Ma non è nemmeno solo destino. A un certo punto ciascuno, nel poco che può, decide anche che cosa nutrire, che cosa continuare a guardare, quanta parte di sé consegnare ancora alla ferita. È un margine piccolo, spesso misero, ma esiste.

C’è poi una parte del dolore di cui si parla poco perché è meno nobile. Il mondo non si ferma. Tu perdi qualcosa che per te era decisivo e intorno quasi nulla cambia. La gente continua a lavorare, a mangiare, a ridere, a dire frasi inutili. Dopo un po’ non solo si stanca della tua ferita. Comincia a chiederti di gestirla meglio. Di renderla meno ingombrante. Più breve. Più civile. Più compatibile con i ritmi di tutti.

E allora il dolore raddoppia. Dentro continua a mordere. Fuori impari a dire che va meglio, che passa, che ci stai lavorando, che sì, in fondo il tempo aiuta. Non sempre perché vuoi mentire. A volte perché non puoi permetterti di essere vero ogni giorno. Devi lavorare. Devi rispondere. Devi alzarti. Devi sembrare leggibile a chi non saprebbe cosa farsene della tua frattura.

Questa recita consuma. Non guarisce. Consuma.

Da lì nasce spesso una rabbia poco pulita. Non soltanto verso ciò che hai perso, ma verso il fatto che tutto il resto continui come se niente fosse. È una reazione meschina, forse. Però è vera. Chi soffre non diventa automaticamente più nobile. Diventa spesso più scoperto. Dentro ci sono stanchezza, irritazione, egoismo ferito, il desiderio assurdo che almeno per un momento il mondo si accorga che è successo qualcosa di enorme. Quasi mai accade. E allora il dolore si sporca anche di umiliazione.

Non tutte le perdite toccano lo stesso punto. La fine di un amore ferisce anche nel desiderio e nel futuro immaginato. Ti costringe a guardare non soltanto chi avevi accanto, ma chi pensavi di poter essere con quella persona. Un’amicizia che si spezza colpisce altrove. Nella fiducia, nell’appartenenza, nel sentirsi capiti senza dover spiegare tutto. Fa male in modo più silenzioso, spesso più difficile da nominare, perché non sempre esplode. A volte si dissolve. E la dissolvenza lascia un vuoto senza scena finale, senza un momento preciso a cui tornare.

Il rapporto con un genitore tocca un fondo ancora diverso. Lì non viene colpito solo il presente. Si muove qualcosa all’origine. Il punto da cui sei stato guardato, amato, ferito, formato prima ancora che tu potessi scegliere. In certi casi non perdi solo una presenza. Perdi anche l’idea che avresti potuto essere altro. Perdi una possibilità retroattiva. Ed è un lutto più difficile da contenere, perché non riguarda solo ciò che c’era. Riguarda anche ciò che non ci sarà più modo di riparare.

Esiste poi il dolore degli altri. Quello che non ti colpisce in pieno come centro diretto della perdita, ma ti entra addosso lo stesso. Guardare qualcuno che ami distruggersi. Vedere un amico scivolare via mentre è ancora lì. Assistere alla fine di una persona amata sapendo che il legame esiste ancora, ma non può più salvare nulla. È un dolore diverso, meno riconosciuto, perché non ti autorizza neppure a mettere il tuo nome al centro. Eppure logora profondamente. Non sei il ferito principale, ma sei comunque dentro la ferita. Porti un’impotenza che non può nemmeno rivendicarsi del tutto.

Una cosa però torna quasi sempre. La perdita mostra che non siamo padroni di ciò che ci compone. Non del legame, non del corpo, non della memoria, non del tempo. Pensiamo di custodire il passato, poi la memoria si sfrangia. Pensiamo di possedere il nostro dolore, poi il corpo comincia a uscirne senza chiederci il permesso. Pensiamo di sapere quando una cosa finisce davvero, poi scopriamo che la fine ha più fasi, più ritorni, più amputazioni di quanto immaginavamo.

Il tempo non fa una cosa sola. Non attenua soltanto il male. Corrode anche la nitidezza di ciò che è stato. Questo è uno dei passaggi più crudeli. Non soffri solo perché stai un poco meglio. Soffri anche perché a un certo punto ricordi peggio. La voce si allontana. I dettagli si fanno opachi. Persino quello che avevi giurato di non poter perdere cambia forma. E allora capisci che il dolore non era soltanto sofferenza. Teneva anche fermo qualcosa. Quando si ritira, porta via con sé una parte della precisione. Si perde due volte. La seconda, in silenzio.

C’è un equivoco da togliere di mezzo. L’idea che il valore di un legame dipenda dalla sua durata. È una scorciatoia. Se una cosa finisce, la si riduce a errore, a illusione, a abbaglio. Serve a soffrire in modo più semplice, non in modo più vero. Ci sono legami autentici che non durano. Ci sono esperienze che cambiano una persona e poi si interrompono. Il fatto che qualcosa finisca non lo rende falso. Lo rende finito. Non è la stessa cosa.

Bisogna stare attenti anche a un’altra trappola. Il trauma non è l’unico momento vero dell’esistenza. Il crollo svela, sì, ma non rende finto tutto ciò che lo precedeva. Un amore non diventa autentico solo quando si rompe. Un’amicizia non è vera solo nel giorno in cui si perde. La fragilità mostra qualcosa che prima non vedevamo, ma non cancella la realtà di ciò che reggeva. Se si assolutizza il crollo, si finisce per adorare la caduta come unico tribunale del vero. Sarebbe un’altra falsità. Più cupa, ma sempre falsità.

Il dolore non va romanticizzato. Ma neppure trattato come una rivelazione suprema. Svela una parte della verità, non tutta. Ci mostra quanto dipendessimo da ciò che credevamo stabile. Non autorizza a dire che la stabilità fosse tutta un’illusione. Chi siamo quando amiamo, quando costruiamo, quando ci fidiamo, non è meno reale di chi siamo quando perdiamo. È solo meno scoperto.

Se si guarda tutto questo con abbastanza tempo e un poco di onestà, non salta fuori una saggezza superiore. Al massimo cadono alcune illusioni. Ma anche qui bisogna stare attenti. Perdere ingenuità non è automaticamente un guadagno. A volte rende soltanto più guardinghi. Più chiusi. Meno disponibili all’esposizione. Non c’è niente di edificante in questo. Solo una conoscenza più scomoda. Capire che i legami sono fragili non libera sempre. A volte irrigidisce.

Eppure non è nemmeno l’ultimo punto. C’è una possibilità più rara, più faticosa e meno proclamabile. Che la fragilità, una volta vista davvero, non produca solo prudenza. A volte produce anche una forma diversa di presenza. Non innocente, non fiduciosa come prima, ma più sveglia. Non sempre accade. Non è garantita. Non è il premio del dolore. È solo una delle forme possibili del passaggio attraverso di esso. Se non la si ammette, si cade nell’eccesso opposto a quello che il testo voleva correggere. Prima il dolore che nobilita. Poi il dolore che svuota e basta. Nessuna delle due cose basta.

Allora il punto non è celebrare il dolore, ma nemmeno trattarlo come un guasto da riparare in fretta. Il punto è non lasciare che diventi l’unica lingua con cui leggiamo tutto il resto. Perché quando una perdita resta troppo a lungo al centro, comincia a deformare ogni cosa. Ogni volto viene confrontato con quello che manca. Ogni possibilità viene guardata con il sospetto di chi ha già visto crollare qualcosa che credeva stabile.

Uscire da questo non significa dimenticare. Nemmeno pacificarsi. Significa accettare una cosa più dura. Che ciò che è stato non ha bisogno di continuare a far male per essere stato vero. Dirlo è semplice. Viverlo no. Perché implica accettare il fatto più scandaloso. La vita non si limita ad andare avanti. Sposta il centro. Quello che per un periodo è stato tutto, col tempo può non esserlo più nemmeno per te. Non perché fosse poco. Non perché hai mentito. Ma perché nulla, nemmeno il dolore più assoluto, riesce a fermare davvero il movimento della vita.

Forse il punto più difficile è proprio questo. Non soffrire. Non guarire. Vedere che ciò che ti ha distrutto può smettere di occupare il centro perfino dentro di te. E lì non c’è vittoria. Non diventi migliore. Ti accorgi solo di una verità che l’essere umano sopporta male. Molte delle cose su cui fonda se stesso non gli appartengono. Lo attraversano. Lo reggono per un tratto. Poi si spostano, finiscono, si rompono, lo lasciano.

Il dolore comincia lì. Non nel semplice fatto di perdere, ma nello scoprire che una parte di noi era affidata a ciò che non potevamo trattenere. Forse l’unico modo adulto di starci dentro è smettere di mentire su questo. Non cercare nel dolore una nobiltà che non ha. Non cercare nella guarigione una vittoria che spesso non esiste. Non fare neppure del trauma l’unica verità. Guardare invece il punto in cui siamo stati detronizzati, e provare, se ci si riesce, a non consegnare tutto noi stessi né a quella caduta né alla paura che possa tornare.

Quess Renor (A.A.)

Un abbraccio a voi, penso che il testo che avete letto sia già esaustivo. Non ho altre parole, so che chi ha vissuto questo ha in quanto sopra un percorso che lo ha portato qui, accanto a me.

Non serve altro, un semplice sorriso che spiega tutto.

A voi, anime candide.









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