23/04/2026
“MAMMA: PICCOLE TRAGEDIE MINIMALI”
Uno degli ultimi testi scritto da Annibale Ruccello, attore, regista, drammaturgo di Castellamare di Stabia. È anche l’ultimo da lui stesso interpretato poco prima della sua scomparsa nel 1986. Aveva soltanto 30 anni.
Queste “mamme” si chiamano tutte Maria e sono sole nel loro insulso quotidiano.
Nella messa in scena della compagnia diretta da Christine hamp le interpreti rendono magistralmente la divertente ironia e al contempo il profondo dolore in una performance emozionante. Scenografia e costumi essenziali introducono e guidano nel percorso di queste Mamme, Cenerentole del loro tempo, che non hanno mai l’opportunità di partecipare al ballo del principe. Anche le scelte musicali sono strettamente legate al percorso di Annibale Ruccello, che si è formato alla scuola di antropologia culturale di Roberto de Simone e partecipava alle le prove per la creazione dell’opera “La Gatta Cenerentola”.
Lo spettacolo viene introdotto dalla “Canzone del monacello”, il lamento di Cenerentola che non può uscire né presentarsi al ballo, perché non può “accumparè”, apparire, le mancano orecchini, vestiti, scarpette…
Nel primo episodio “Il Mal di Denti, ovvero Madre e Figlia” sarà proprio questo il tema sviluppato: la scalata sociale che la madre vuole ottenere attraverso la figlia, mandandola a scuola, comprandole tutto ciò che serve appunto per apparire, pretendendo un “buon matrimonio”. Vuole riscattare la propria vita sciatta, il proprio matrimonio con un “uomo incapace a niente”, sognando, anzi, pretendendo con furia e determinazione crudele un futuro glorioso per la figlia. Ma durante questa “mala Pasqua” i sogni si infrangono.
La canzone “Medina” ci suggerisce l’atmosfera del risveglio della città dai suoi sogni d’oro e di paura: “E 'ncantate so' sti mamme/L'uocchie pierze 'a 'n'ato munno/So' venute a una a una/A cantà pe' sti guagliune” (Madri incantate con lo sguardo perso in un altro mondo, che son venute a cantare per questi ragazzi).
E ci troviamo a far compagnia a Maria, che passa la sua giornata al telefono, parlando di ricette, trasmissioni della TV, personaggi famosi e malattie, con continui riferimenti agli avvenimenti degli anni 80 (Maradona, serie TV brasiliane, Cernobyl, la tragedia di Vermicino, i miracoli della Madonna dell’Arco…). Una donna confinata nella sua casa, dalla quale non esce più neanche a far la spesa. Una ciurma di figli (suoi e della vicina, reali o immaginari), che disturbano continuamente, vengono sgridati e minacciati, l’astio verso “Giuanne”, il marito comunque sempre assente. E’ questa la “Piccola Tragedia Minimale” della mamma napoletana che durante la telefonata passa in maniera impercettibile dai sommovimenti tellurici della propria vita annichilita a quelli reali di un'Italia che già tremava e ancora non ha smesso.
Con il canto “Jesce sole, jesce sole nun te fà cchiù suspirà! Siente mai ca le ffigliuole hanno tanto da prià”. (Esci sole, esci sole non ti far più sospirare! Senti mai che le ragazze hanno tanto da pregare) si introduce il terzo episodio.
Nel “Piccolo delirio Manicomiale” troviamo Maria Carmela che compone una sua preghiera nel monastero – carcere - manicomio. Nel suo lucido delirio si identifica con la Madonna. Ma la sua testa affollata di pensieri e avvenimenti disordinati troverà una sorprendente via d’uscita.