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Immaginate la scena: siete in fila sul finger, pronti a imbarcarvi, e il comandante esce dalla cabina per dirvi di torna...
18/06/2026

Immaginate la scena: siete in fila sul finger, pronti a imbarcarvi, e il comandante esce dalla cabina per dirvi di tornare al gate perché sono rimasti chiusi fuori dal loro stesso cockpit.
È successo davvero.

Un volo American Airlines diretto in California ha infatti vissuto un imprevisto piuttosto insolito nel weekend: i piloti si sono ritrovati chiusi fuori dalla loro stessa cabina, e per rientrare è servito un tecnico della manutenzione, salito sull'aereo e infilatosi all'interno attraverso un finestrino laterale.

È successo domenica mattina all'aeroporto di Dallas-Fort Worth (DFW), a bordo del volo AA2140, un Boeing 737 MAX 8 in partenza alle 10:15 verso il Monterey Regional Airport.

Le porte blindate delle cabine di pilotaggio sono progettate (secondo i protocolli di sicurezza introdotti dopo l'11 settembre) proprio per tenere fuori le persone, quindi non c'era modo di aprirle dal lato del terminal una volta scattata la serratura.
Il personale ha chiarito ai passeggeri che non si trattava di chiavi smarrite o di un guasto elettronico: il pesante chiavistello meccanico si era semplicemente inceppato in posizione chiusa, con la cabina vuota.

Senza alternative dall'interno, la compagnia ha chiamato una squadra di manutenzione per mettere in atto un piano di riserva tanto scenografico quanto previsto dalle procedure.
Sfruttando il sistema di apertura esterna del finestrino di cui è dotato il 737, un tecnico è riuscito a sbloccare dall'esterno il finestrino laterale del primo ufficiale. Scivolato attraverso l'apertura fin dentro la cabina, il meccanico ha potuto liberare manualmente la serratura interna bloccata.

Una volta dentro, i tecnici hanno lubrificato a fondo il meccanismo del chiavistello e testato la porta più volte, per essere certi che non si bloccasse di nuovo in volo.

Il comandante ha poi preso la cosa con ironia durante gli annunci prima della partenza. Secondo i passeggeri, ha ringraziato tutti per la pazienza con quella "porta che si inceppa", scherzando sul fatto che la manutenzione "l'aveva lubrificata per bene" così da poter finalmente partire in sicurezza.

La presidenza degli Stati Uniti ha diffuso la versione statunitense dell’accordo fatto domenica tra Stati Uniti e Iran. ...
18/06/2026

La presidenza degli Stati Uniti ha diffuso la versione statunitense dell’accordo fatto domenica tra Stati Uniti e Iran. Riassumendo, può essere interpretato così: l’Iran ha ottenuto tutto quello che voleva, e gli Stati Uniti hanno perso la guerra.

Quindi c'è un accordo, e c'è quello che l'accordo non dice.

Domenica scorsa Stati Uniti e Iran hanno chiuso un'intesa quadro che venerdì dovrebbe trasformarsi in firma, in Svizzera.
La Casa Bianca ne ha diffuso la versione americana (Teheran no), e la lettura più onesta è che l'Iran abbia ottenuto quasi tutto: fine dei combattimenti su ogni fronte (Libano incluso), rimozione progressiva delle sanzioni, sblocco dei fondi congelati, un "fondo per la ricostruzione e lo sviluppo" da almeno 300 miliardi di dollari. In cambio, Washington porta a casa la riapertura di uno stretto che prima della guerra era già aperto e la solita promessa iraniana di non costruire mai la bomba.

Per chi guarda il mondo da un'aerovia (come facciamo qui), la domanda è un'altra: cosa cambia davvero per chi vola, e cosa resta appeso. Proviamo a leggere l'accordo USA-Iran su due piani, quello militare e quello dell'aviazione civile, e a fotografare dove siamo oggi.

L'accordo USA-Iran sul piano militare

Sul piano militare l'intesa è un memorandum che prolunga di 60 giorni (rinnovabili) la tregua di aprile, rimandando al "negoziato finale" tutto ciò che pesa davvero. Le scorte di uranio arricchito iraniano (diverse tonnellate) restano dove sono, con l'impegno a riportarle sotto la soglia militare e sotto sorveglianza AIEA, ma i dettagli arriveranno dopo. Sul programma missilistico e sui finanziamenti alle milizie alleate (Hezbollah, Hamas) il testo tace del tutto. Israele intanto non molla: Netanyahu ha detto che in Libano non si ferma, e il ministro della Difesa israeliano ha confermato che le forze resteranno comunque nelle zone di sicurezza.

Poi c'è il capitolo che racconta meglio di ogni altro come è andata la guerra del traffico marittimo.

Un'inchiesta di Reuters ha rivelato che dall'inizio di maggio la marina americana ha gestito decine di trasferimenti di petrolio da nave a nave ai margini dello stretto, usando droni di superficie, droni aerei ed elicotteri per scortare i convogli verso le petroliere in attesa. La tecnica (transponder spenti, luci abbassate, navi distanziate tra i 3.000 e i 4.000 metri) è la stessa che l'Iran usa da anni per aggirare le sanzioni: gli Stati Uniti l'hanno copiata per tenere in vita l'export energetico del Golfo durante il blocco.

In quell'operazione era coinvolto anche l'elicottero Apache abbattuto dall'Iran il 9 giugno, l'episodio che fece scattare i bombardamenti americani di rappresaglia. Almeno 116 navi sarebbero passate per questo corridoio nascosto.

È il punto che a noi interessa di più. Dietro la "normalità" dei prezzi del carburante e dei rifornimenti c'era un'infrastruttura militare clandestina, fatta di convogli oscurati e di un Apache caduto. La pace di venerdì smonta (in teoria) questa macchina. Ma la smonta su un equilibrio fragile, perché Trump, dallo stesso vertice del G7 di Evian-les-Bains, ha avvertito che se il processo non gli piacerà tornerà a colpire.

Hormuz, jet fuel e Riyadh Air: la lettura dell'aviazione civile

Qui è dove l'accordo si sente di più, ed è la catena causale che su FalcoVBS abbiamo seguito a ritroso per mesi: chiusura di Hormuz, tensione sulle forniture di jet fuel in Europa, cancellazioni e tagli di capacità delle compagnie, diritti dei passeggeri sotto il Regolamento 261. Quella catena ora gira nel verso opposto, ma piano.

L'intesa prevede di riportare i traffici nello stretto ai livelli precedenti alla guerra entro 30 giorni. Le petroliere iraniane hanno già ripreso a muoversi: questa settimana almeno tre navi con circa 5 milioni di barili hanno attraversato il blocco navale americano.

Il condizionale resta d'obbligo, perché la domanda cinese è debole e il prezzo del greggio in calo limita l'effetto, e perché il memorandum non chiarisce se Teheran continuerà a chiedere un pedaggio al passaggio (come fa da mesi).

Sul fronte forniture, la buona notizia non è immediata. Le officine di Tokyo e i concessionari di Detroit sono a corto da mesi di olio motore, vernici e altri derivati del petrolio: la chiusura dello stretto ha intasato l'intera filiera petrolchimica, e gli esperti avvertono che l'accordo non porterà sollievo rapido.

Per il mondo aviazione il segnale è leggibile: la riapertura di Hormuz allenta la pressione sul jet fuel, ma la normalizzazione di lubrificanti, vernici e materiali di consumo per la manutenzione seguirà con settimane di ritardo.

E mentre i giganti del petrolio fanno i conti col blocco, il Golfo continua a investire sull'aria. Nel pieno della crisi, Riyadh Air ha ottenuto il via libera del Dipartimento dei Trasporti americano a operare voli da e per gli Stati Uniti. La compagnia (lanciata nel 2023, di proprietà del fondo sovrano saudita PIF) punta a oltre 100 destinazioni internazionali entro il 2030, con partnership che includono Delta.

Il suo amministratore delegato Tony Douglas la definisce la più grande startup aeronautica globale dell'era moderna. Non è un dettaglio di colore: gli stessi Stati del Golfo che mettono il grosso dei 300 miliardi del fondo sono quelli che continuano a costruire la prossima generazione di hub e di vettori. La geografia del potere aereo si sposta, accordo o non accordo.

Dove siamo oggi: una calma a 60 giorni

Oggi siamo in una calma sorvegliata. Venerdì la firma in Svizzera, poi parte il cronometro dei 60 giorni. Al G7 di Evian-les-Bains i leader hanno benedetto l'intesa quadro, spinto per la riapertura dello stretto e chiesto un cessate il fuoco immediato in Libano.
Il fondo da 300 miliardi (un veicolo privato, senza soldi pubblici, con impegni già oltre i 150 miliardi tra aziende americane, del Golfo, sudcoreane e giapponesi) diventa però operativo solo a intesa finale firmata: l'incentivo più grosso è appeso proprio alle domande più difficili. Il Congresso vuole rivedere qualsiasi accordo nucleare. Sessanta giorni sono una pista corta.

La lezione di Gaza pesa su tutto. Lo stesso schema (separare il fattibile dal difficile, incassare subito, fidarsi dello slancio) lì ha prodotto un sollievo iniziale e poi si è inceppato fase dopo fase, con il conflitto di fondo mai risolto.
Per l'aviazione civile questo significa una cosa precisa: i voli sul Golfo e le rotte sensibili al jet fuel tornano a respirare, le petroliere ripassano, ma il premio per il rischio resta inciso nei piani operativi.

Leggere il cielo in modo diverso, oggi, vuol dire ricordarsi che una rotta riaperta non è ancora una rotta sicura. È una rotta riaperta a credito.

Correva l’anno 2001 e scelsi una traccia fighissima. Napster (…) che vecchiaia. Il mondo nel frattempo si è ribaltato ot...
18/06/2026

Correva l’anno 2001 e scelsi una traccia fighissima. Napster (…) che vecchiaia. Il mondo nel frattempo si è ribaltato otto volte.

Un Airbus A321neo di KLM ha subito un tail strike durante l’atterraggio a Lisbona.L’episodio è avvenuto il 16 giugno 202...
17/06/2026

Un Airbus A321neo di KLM ha subito un tail strike durante l’atterraggio a Lisbona.

L’episodio è avvenuto il 16 giugno 2026 sul volo KL1583, partito da Amsterdam e diretto nella capitale portoghese. Il velivolo PH-AXB (poco più di un anno e mezzo di servizio) è atterrato sulla pista 02 dell’aeroporto di Lisbona, ha rimbalzato dopo il primo contatto con la pista e ha poi proseguito l’atterraggio.

Durante la manovra, la coda del velivolo ha toccato la superficie della pista: è il cosiddetto tail strike, un evento che può richiedere controlli tecnici accurati prima che l’aereo possa tornare in servizio.

Il rullaggio verso il piazzale è avvenuto senza ulteriori problemi, ma il volo di ritorno è stato cancellato. A circa 28 ore dall’atterraggio, l’aereo risultava ancora fermo a Lisbona.

Fonte: The Aviation Herald

Il Centesimo A320neo di easyJet è arrivato ad Amburgo 🥳
17/06/2026

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La funzione più utile di FB il "Moderatore Automatico"... quanta fatica mi risparmi... 😅
17/06/2026

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Nonostante il B-52 sia un progetto con più di 65 anni alle spalle, dal 1991 a oggi solo cinque esemplari sono andati per...
17/06/2026

Nonostante il B-52 sia un progetto con più di 65 anni alle spalle, dal 1991 a oggi solo cinque esemplari sono andati perduti in incidenti. Nel corso della sua lunghissima vita operativa le perdite complessive sono state oltre settanta, tra incidenti, eventi in servizio e missioni di combattimento, ma negli ultimi decenni episodi di questo tipo sono diventati rari. Gran parte degli incidenti appartiene infatti alle prime fasi della carriera del bombardiere, oppure a contesti bellici.

3 febbraio 1991: un B-52 precipitò nell’Oceano Indiano durante l’operazione Desert Storm, dopo che l’equipaggio aveva incontrato problemi elettrici e ai motori durante il volo.

24 giugno 1994: un velivolo precipitò alla Fairchild Air Force Base durante le prove per un’esibizione aerea. L’aereo entrò in stallo durante una riattaccata.

21 luglio 2008: un B-52 precipitò durante una missione di sorvolo per la parata del Liberation Day a Guam. La causa fu ricondotta a un’errata impostazione del trim dello stabilizzatore.

19 maggio 2016: il B-52 con marche 60-0047 uscì di pista durante un decollo interrotto alla base Andersen di Guam, prendendo poi fuoco. La causa indicata fu l’ingestione di uccelli nei quattro motori del lato destro.

A questi episodi si aggiunge ora l’incidente di ieri.

Ci sono molte domande, comprensibilmente, su una perdita così grave. Sarà l’indagine, con il tempo, a chiarire che cosa sia successo.

Da quando Lufthansa è entrata nel capitale di ITA Airways, il rischio era concreto: che la compagnia mollasse Atitech e ...
17/06/2026

Da quando Lufthansa è entrata nel capitale di ITA Airways, il rischio era concreto: che la compagnia mollasse Atitech e portasse la manutenzione altrove.
Per capire perché conta, bisogna tornare alla nascita di ITA. Fu Bruxelles a imporre che il ramo manutentivo dell'ex Alitalia restasse fuori dal perimetro del nuovo vettore, che non poteva detenerne quote. La manutenzione finì così ad Atitech (gruppo guidato da Gianni Lettieri), che dal 2022 opera per ITA con le certificazioni Part 145 di linea e di base.

Il punto è questo: ITA non ha mai avuto in casa la capacità di manutenere i propri aerei. La esternalizza. Tiene fuori dal bilancio una voce di costo enorme, ma in cambio resta dipendente da chi quella manutenzione la esegue.

Con l'arrivo di Lufthansa quella dipendenza è diventata una variabile aperta. Il gruppo tedesco possiede in Lufthansa Technik uno dei poli MRO più grandi al mondo, e la logica di gruppo spinge naturalmente verso l'accentramento delle lavorazioni dove esistono già scala e marginalità. Non a caso, a dicembre 2025, dopo un incontro in ENAC, i sindacati avevano parlato apertamente di "spezzatino" e di rischio occupazionale per i lavoratori di Napoli.

Poi, il 15 giugno 2026, l'intesa preliminare ribalta lo scenario: ITA e Atitech rinnovano e potenziano l'accordo. Presidio rafforzato, più risorse certificate dedicate, modello più flessibile.
Attenzione però a non leggerla come una chiusura definitiva. Resta preliminare (manca il via libera della governance), e la formula "orientata alle nuove esigenze di ITA" ha una doppia lettura: continuità per Atitech, ma anche più potere contrattuale per una ITA che dopo Lufthansa negozia da posizione più forte. La pressione del polo MRO tedesco non sparisce, resta sullo sfondo.

In aviazione chi controlla la manutenzione controlla una fetta di sovranità sulla propria flotta (fermi macchina, affidabilità, costi). Per ora quella fetta resta italiana, a Napoli.



📸/ Benjamin Barbe /

17/06/2026

Una persona è morta dopo che un Cessna Citation Latitude si è schiantato su una strada a Laredo, in Texas, durante l’avvicinamento all’aeroporto internazionale della città.
Il business jet era partito dall’aeroporto internazionale di Los Cabos, in Messico, e aveva sei persone a bordo.

L’incidente è avvenuto poco dopo le 22:00 locali su una grande arteria stradale della zona, indicata come Loop 20.

Dopo l’impatto l’aereo ha preso fuoco. Nei video diffusi online si vedono soccorritori e automobilisti tentare di rompere il finestrino della cabina di pilotaggio per liberare gli occupanti rimasti intrappolati all’interno.

Le autorità hanno confermato una vittima, ma non è ancora chiaro se la persona deceduta si trovasse a bordo del velivolo oppure a terra. Le indagini dovranno chiarire la dinamica dello schianto e le condizioni degli altri occupanti.

Altro che “vendita già fatta”. Per l’aeroporto di Catania siamo ancora all’inizio della partita, ma un dato è già emerso...
17/06/2026

Altro che “vendita già fatta”. Per l’aeroporto di Catania siamo ancora all’inizio della partita, ma un dato è già emerso: ben 14 gruppi, italiani e stranieri, hanno chiesto di partecipare alla corsa per acquisire la quota di maggioranza della SAC, la società che gestisce gli aeroporti di Catania e Comiso.

Per capire perché si è arrivati a questo punto bisogna partire da una realtà che tutti i siciliani conoscono bene: Fontanarossa cresce da anni, ma cresce dentro strutture che spesso faticano a reggere il numero di passeggeri, soprattutto durante l’estate.

Nel 2025 l’aeroporto ha superato i 12,3 milioni di viaggiatori, confermandosi il quinto scalo d’Italia. Numeri importanti che richiedono investimenti sempre più consistenti per terminal, parcheggi, servizi e infrastrutture.

Proprio per questo, nel marzo 2025, i soci pubblici hanno deciso di avviare il percorso di privatizzazione, con l’obiettivo di trovare un partner industriale capace di portare nuove risorse economiche mantenendo comunque una presenza pubblica nella società.

Adesso SAC dovrà esaminare le 14 manifestazioni di interesse ricevute e verificare requisiti, esperienza e solidità finanziaria dei candidati. Solo dopo questa fase si entrerà nel vivo con offerte economiche e trattative.

La domanda che divide la Sicilia resta sempre la stessa: un aeroporto come Catania ha bisogno di capitali privati per continuare a crescere oppure il controllo pubblico dovrebbe restare prevalente?

Indirizzo

Ancona

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