Lugano International Festival Endorfine

Lugano International Festival Endorfine Festival internazionale del pensiero e della creatività

16/06/2026

Il G7 è riunito in questi giorni ad Evian, in Francia. Tra i leader seduti al tavolo c’è anche Viktor Orbán — o meglio, la sua ombra. Perché il modello della “democrazia illiberale” che il premier ungherese ha teorizzato e costruito negli anni è ormai il punto di riferimento di una parte crescente della politica europea.
A Endorfine 2024, Corrado Formigli aveva messo a fuoco questo processo con una chiarezza che oggi fa quasi paura. La democrazia illiberale, spiegava, non è una contraddizione in termini: è un sistema in cui si vota ancora, ma in cui i diritti delle minoranze non sono garantiti, la separazione dei poteri si assottiglia, e la libertà di informazione smette di essere un valore assoluto. E tutto questo, sottolineava, può stare dentro l’Unione Europea. Può essere accettato. Può diventare un modello.
Il punto più inquietante però non è Orbán. È quello che succede intorno a lui. Formigli descrive un meccanismo preciso: l’autoritarismo non arriva con i carri armati. Arriva quando le persone iniziano a normalizzare. Quando qualcuno dice “va bene, la destra non va nelle trasmissioni critiche — ma dai, non fate le vittime, vi pagano bene”. Quando le riforme che limitano la pubblicazione delle notizie passano senza scandalo. Quando ci si abitua.
È esattamente quello che un giornalista che lavora in televisione da decenni sa riconoscere meglio di chiunque altro: la regressione non fa rumore. Si installa piano, un’abitudine alla volta.
La domanda che resta aperta, mentre i leader del G7 discutono di accordi e stabilità, è questa: a che punto si smette di lamentarsi — e si inizia ad accettare?

15/06/2026

I Mondiali 2026 sono appena iniziati. Il mondo si ferma davanti agli schermi, si discute di tattiche, di gol, di nazionali. Il calcio torna al centro di tutto.
Ma mentre il pubblico guarda le partite, il calciomercato estivo è già in pieno fermento. E qui il discorso cambia registro.
A Endorfine 2025, Daniele Adani ha messo il dito su una piaga che il grande pubblico intuisce ma fatica a nominare con precisione: il sistema dei trasferimenti non ruota più attorno al bene del giocatore, né a quello dell’allenatore o della squadra. Ruota attorno agli intermediari — figure che si inseriscono tra le parti, moltiplicano i passaggi, parcellizzano le commissioni e finiscono per dettare logiche che con il calcio giocato non hanno nulla a che fare.
Il punto più duro di Adani è anche il più semplice: quando si va in campo, i soldi non entrano. Entra il valore umano, la forza del ragazzo, il motivo per cui è stato scelto. Ma se quel ragazzo è arrivato lì attraverso una catena di interessi che non lo riguardava davvero, qualcosa si è già rotto prima ancora di cominciare.
I Mondiali ci ricordano perché amiamo il calcio. Il calciomercato ci ricorda quanto sia facile tradirlo.

C’è chi fa il giornalista e chi fa il direttore del programma alpino del WWF. Chi conduce la radio e chi siede in Gran C...
12/06/2026

C’è chi fa il giornalista e chi fa il direttore del programma alpino del WWF. Chi conduce la radio e chi siede in Gran Consiglio con i Verdi. Sergio Savoia ha fatto tutto questo — non in ordine, e non per caso. Sette edizioni di Endorfine su sette: nessun altro moderatore ha questo record. E ogni volta con un ospite completamente diverso dal precedente. Scorri e scopri chi è davvero.

Il tuo cervello produce una sostanza chimica che ha la stessa struttura molecolare della morfina. Si chiama endorfina, n...
10/06/2026

Il tuo cervello produce una sostanza chimica che ha la stessa struttura molecolare della morfina. Si chiama endorfina, nasce dentro di noi — ed è stata selezionata dall'evoluzione non per farti stare bene, ma per tenerti in vita. Il piacere che genera è un effetto collaterale. Un trucco neurologico straordinariamente efficace. Scorri per capire come funziona davvero.

09/06/2026

Dmitry Muratov e la propaganda che prepara il dopo

A Endorfine 2024, Dmitry Muratov si presenta per ciò che è: cofondatore e direttore di Novaya Gazeta, il più noto giornale indipendente russo, oltre che Premio Nobel per la Pace 2021. Giornalista simbolo dell’opposizione civile al sistema putiniano, Muratov ha riassunto il funzionamento del potere in una frase secca: “La propaganda non è solo falsa. La propaganda prepara sempre le persone a ciò che verrà dopo.”

È una frase che torna utile anche oggi, mentre Israele e Iran hanno annunciato un cessate il fuoco, sotto la spinta di Donald Trump, che ha detto che i due Paesi stavano cercando un “immediate ceasefire” e ha chiesto pubblicamente di smettere di “sparare”. Nello stesso tempo, però, le notizie di giornata raccontano una tregua fragile, con stop agli attacchi dichiarato da entrambe le parti ma già accompagnato da tensioni, avvertimenti e accuse reciproche.

È qui che la frase di Muratov diventa più interessante del fatto del giorno. Perché la propaganda, o più in generale la comunicazione politica di guerra, non serve solo a deformare il presente: serve a preparare il pubblico al passaggio successivo. Vale per i regimi, ma vale anche per le democrazie quando la leadership costruisce una narrazione che deve tenere insieme deterrenza, consenso, pressione diplomatica e immagine di forza. Nel caso di Trump, la retorica del mediatore che impone lo stop e contemporaneamente mantiene il linguaggio della pressione totale mostra proprio questo doppio binario: rassicurare, minacciare, orientare.

Per Muratov, dunque, la propaganda non è un eccesso verbale: è un meccanismo preparatorio. Prima rende pensabile qualcosa, poi la rende accettabile. Ed è anche per questo che una tregua, da sola, non basta a sciogliere il nodo: bisogna capire quale racconto la accompagna, perché spesso è lì che si nasconde già il conflitto di domani.

26/05/2026

Ubaldo Pantani: la risata, il diavolo e la tentazione dello spettacolo

A Endorfine, Ubaldo Pantani porta la comicità su un piano più ambiguo e interessante del previsto. Parlando di personaggi pubblici che scoprono il piacere del palco, dice una cosa fulminante: la risata è “il diavolo”. E richiama esplicitamente Il nome della rosa, dove il riso non è soltanto liberazione, ma anche forza destabilizzante, seduzione, rottura dell’ordine.

Il punto è sottile ma fortissimo. La risata non è innocente: una volta che il pubblico ride, chi parla cambia. Non si limita più a spiegare, argomentare o raccontare. Comincia a cercare quell’effetto, a inseguirlo, a costruirlo. È qui che Pantani vede la tentazione: il passaggio dall’analisi allo show, dal contenuto alla gratificazione immediata del consenso.

Per questo il paragone con il diavolo funziona. Non perché il riso sia qualcosa di negativo in sé, ma perché contiene una promessa irresistibile: trascinare, convincere, conquistare. Una volta assaggiata quella forza, tornare indietro diventa difficile. Pantani lo dice parlando di Travaglio: da quando il pubblico ha iniziato a ridere, anche il suo modo di stare in scena si è spostato sempre di più verso il meccanismo comico, fino a trasformare il ragionamento in spettacolo.

In fondo, il suo intervento suggerisce proprio questo: la risata è una forma potentissima di verità, ma anche una tentazione. Può smascherare il potere, ma può anche sedurre chi parla e spingerlo a cercare sempre più l’applauso. Ed è forse qui che comicità e pensiero si sfiorano davvero: nel punto esatto in cui il riso libera, ma allo stesso tempo espone al rischio di diventare spettacolo.



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11/05/2026

Saviano, il true crime e il confine tra racconto e spettacolo

Negli ultimi giorni Roberto Saviano ha preso posizione sul caso Garlasco, riportando al centro una domanda che oggi riguarda non solo il true crime, ma il modo stesso in cui il crimine viene raccontato: dove finisce l’inchiesta e dove comincia lo spettacolo?

A Endorfine, Saviano aveva già affrontato questo nodo con grande chiarezza, distinguendo in modo netto tra gossip e inchiesta. Il gossip, dice, prende un dettaglio, lo ingigantisce e intrattiene. L’inchiesta invece ricostruisce contesti, rapporti di potere, responsabilità reali. Non è una differenza di stile: è una differenza di sostanza.

È qui che il discorso si fa più profondo. Raccontare un delitto non basta, se quel racconto finisce per semplificare, deformare o trasformare tutto in consumo emotivo. Per Saviano, il punto decisivo è proprio questo: capire se stiamo cercando la verità o se stiamo solo costruendo una narrazione più seducente.

In fondo, la domanda resta aperta: stiamo facendo informazione o stiamo guardando uno spettacolo?



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06/05/2026

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La Tessera GOLD è una donazione al Festival del valore di 300 CHF.

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Per iscriversi basta compilare il form sul sito e seguire le indicazioni. La tessera potrà essere ritirata direttamente alla cassa durante il Festival.

05/05/2026

A Romano Prodi il Premio Dossetti: “una vita per lo sviluppo e per la pace”

Romano Prodi ha ricevuto il Premio Dossetti 2026, riconoscimento assegnato a una figura che, secondo la motivazione riportata da ANSA, ha dedicato la propria vita allo sviluppo e alla pace. Nel ricevere il premio, Prodi ha insistito su un’idea molto netta: la pace non si costruisce all’ultimo momento, ma va preparata prima, passo dopo passo.

È un tema che Prodi aveva già espresso con chiarezza anche a Endorfine 2024, durante la conferenza di Lugano. In quell’occasione spiegava che nei rapporti internazionali non si può pretendere di imporre agli altri la propria verità o la propria dottrina, perché così si finisce soltanto per alimentare il conflitto. Il mondo, diceva, va pensato come un ponte su cui passano soggetti diversi: non tutti devono essere uguali, ma tutti devono rispettare regole comuni, come le regole del traffico.

È un’immagine semplice, ma molto efficace. Per Prodi, la pace non nasce dall’uniformità, bensì dalla capacità di convivere nella differenza senza rinunciare a un quadro condiviso di regole, limiti e responsabilità. Ed è proprio questa visione, oggi, a rendere particolarmente coerente il riconoscimento ricevuto.



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01/05/2026

Daniele Finzi Pasca: la bellezza non fa ombra

A Endorfine, Daniele Finzi Pasca consegna una riflessione semplice solo in apparenza, ma molto profonda: la bellezza non è qualcosa che esclude, che schiaccia o che cancella ciò che le sta vicino. Al contrario, dice, “il bello non fa ombra”. Una cosa può essere bella senza togliere nulla alla bellezza di un’altra.

Da qui il discorso si allarga subito oltre l’arte. Per Finzi Pasca, questa idea riguarda anche il modo in cui ci parliamo, soprattutto quando la pensiamo in modo diverso. Se il confronto cercasse forme più belle, più eleganti, forse il dialogo riuscirebbe ad alzarsi, a lasciare un segno, magari anche a convincere.

Non è una lezione di stile, ma una visione del rapporto tra le persone. In un tempo in cui il dibattito pubblico tende spesso a irrigidirsi, il suo intervento suggerisce che la forma non è un dettaglio: è parte della sostanza. E che, a volte, anche il bello può diventare un modo per capire meglio gli altri.

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